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Monday, May 30, 2011

Via da Fukushima: l’alternativa c’è

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I giapponesi sorridono sempre. Si muovono in gruppo, come scolaretti, guidati da una ridicola bandierina alzata dal capo branco. I giapponesi s’inchinano sempre. Il “rei”, il loro saluto, ha un significato profondo: esprime umilta’, rispetto, disciplina e sincerita’. Rappresenta la presa di coscienza dell’uomo.

Ma e’ stata proprio l’incoscienza di un paese estremamente ambizioso ad aver creato distruzione. L’obiettivo era quello di diventare una potenza mondiale utilizzando l’energia nucleare come fonte primaria di uno sviluppo esponenziale, dimenticandosi di abitare su una terra flagellata dai terremoti e di aver introdotto la parola Tsunami (ben 195 registrati ad oggi in Giappone) nei nostri vocabolari.

Dietro la facciata di un popolo apparentemente perfetto, si nasconde un lato oscuro, buio come i quartieri poveri di Tokyo e Osaka. Li, dove vivono i lavoratori delle centrali nucleari, le mille luci delle citta’ sono solo un bagliore lontano. Poveri e ignoranti accettano di entrare nel corpo di quei mostri, ignari della pericolosita’ dell’esposizione alle radiazioni. Un lavoro di poche ore, sufficienti a compromettere le loro vite. I dispositivi di protezione non sono contemplati. Dai datori di lavoro non verra’ dato nulla piu’ di una superficiale preparazione di base, ne’ giungera’ alcuna informazione sulle conseguenze future.

Un documentario del 1995, girato da un fotografo giapponese per conto della UK Channel 4, descrive magistralmente il dramma delle famiglie di quanti, durante il corso degli anni, alle centrali nucleari del Sol Levante hanno sacrificato le loro vite. Le testimonianze raccolte sono toccanti, i toni malinconici, identiche le storie. (http://www.japannewstoday.com/?p=3093)

Tutto questo accadeva in condizioni normali, con le centrali in sicurezza, piu’ di 15 anni fa.

La TEPCO, quarta compagnia elettrica al mondo, e’ la principale responsabile di questo gioco sporco. Il suo passato e’ segnato da un’interminabile catena di incidenti e tentativi d’insabbiamento: con lo tsunami dell’11 marzo, tutto e’ venuto a galla. Documenti falsificati, controlli di sicurezza mai effettuati, scandali e conseguenti dimissioni, come quelle date dall’intero management della societa’ nel 2002, per poi tornare in gioco come se nulla fosse. Sempre lei, la TEPCO, nel mezzo di un’emergenza come Fukushima, aspetta una giornata intera prima di tentare invano di raffreddare i reattori, nell’inconfessabile preoccupazione di salvare i suoi mostri dalla nociva acqua di mare. Per non smentirsi poi, a dieci giorni dal disastro, chiede una concessione per poter costruire 2 nuovi reattori di fianco a quelli ancora fumanti.

La responsabilita’ dei governi che si sono alternati al potere in Giappone negli ultimi 40 anni e’ incontestabile. Per restare in tempi recenti, gia’ nel 2008 il primo ministro Hatoyama era stato avvisato: in caso di un terremoto di grandi dimensioni, le centrali nucleari ormai datate sarebbero andate incontro a “seri problemi”. Come meravigliarsi, allora, se il sistema di sicurezza di Fukushima e’ stato aggiornato solo 3 volte in 35 anni, nonostante la centrale fosse stata dichiarata a rischio gia’ nel 1985? Nessuno ha parlato. Nessuno si e’ intromesso.

La comunita’ internazionale e’ colpevole tanto quanto il governo nipponico: nonostante in questi anni si siano registrati ufficialmente in Giappone addirittura 17 incidenti, e chissa’ quanti siano stati tenuti nascosti, l’Occidente ha permesso, e soprattutto sponsorizzato con accordi commerciali, la crescita del nucleare in un paese ad altissimo rischio sismico. A maggior ragione, la AIEA dovrebbe essere condannata a scomparire.

Le informazioni viaggiano alla velocita’ di un clic. Eppure, a 15 giorni dal terremoto, la parola Fukushima e’ sparita poco alla volta da tutte le principali testate giornalistiche. Per avere degli aggiornamenti sulla situazione bisogna ricorrere ai pochi media stranieri che hanno l’onesta’ di parlarne ancora. Sulle prime pagine, purtroppo, fanno notizia invece i fiori di ciliegio che sbocciano a Tokyo. In Italia, l’emergenza nucleare e’ stata immediatamente trasformata in un dibattito politico, per distogliere l’attenzione e far credere che il discorso sul nucleare sia ancora aperto, opzionabile magari in un futuro neanche tanto lontano.

Fukushima va diluita nell’oblio. Quando poi proprio non se ne puo’ fare a meno, e l’informazione non puo’ essere “trattenuta” dalle autorita’ competenti, gli aggettivi che si utilizzano negli articoli alterano il giusto senso di cio’ che realmente sta accadendo: quante volte, ad esempio, i portavoce della TEPCO hanno sostenuto innanzi alle telecamere che non vi era alcun pericolo “immediato” per la salute?

Alexey Yablokov, membro dell’Accademia delle Scienze Russe e consigliere di Gorbachev ai tempi di Chernobyl, durante un’intervista ha dichiarato, riferendosi al rischio di contaminazione nucleare: ”quando sentite dire ‘non c’e’ pericolo immediato’, allora dovreste andarvene correndo il piu’ lontano e velocemente possibile.”

Per andare veramente via da Fukushima, non serve correre. In Italia, purtroppo, non si parla d’altro che della moratoria e delle tattiche per tornare al nucleare, quando tutti qui saranno meno emotivi. Energie sprecate quelle dedicate a un concetto ormai defunto: il nucleare ha gia’ distrutto abbastanza.

La tutela della Vita su questo pianeta, e fa quasi disperare doverlo ripetere, e’ un concetto assoluto, inviolabile ed imparziale: ne’ di destra, ne’ di sinistra.

Il 28 e 29 marzo scorso, a Buenos Aires, si e’ tenuto il “Clean Energy Congress” organizzato dalla CADER, Camara Argentina de Energias Renovables. I biocombustibili sono il futuro. Il vento e il sole non sono le uniche risorse naturali che possiamo sfruttare. La capacita’ di produrre energia deriva dagli olii vegetali, gas naturali, dai rifiuti solidi e non solo. Esperti sulle energie rinnovabili e piu’ di 300 congressisti hanno condiviso e scambiato le loro idee, esprimendo concetti che potrebbero, dovrebbero costruire una strada diversa: quella che allontanera’ il mondo da Fukushima.

Qualcuno ha gia’ agito, parole che si sono trasformate in fatti. A Comodoro Rivadavia, provincia di Chubut, Patagonia settentrionale, e’ stato recentemente inaugurato (il 27 aprile) un impianto di riciclaggio di rifiuti solidi. Le enormi e polverose distese di terra del Cono Sur ospitano questo progetto ecologico di alta tecnologia. Nell’atmosfera calma di un paesaggio lunare nasce una struttura di oltre 40 ettari, la sua forma richiama il Pentagono americano.

700 tonnellate di rifiuti solidi vengono processate quotidianamente, l’80% delle quali si trasforma in energia. Il biogas nasce grazie ai microrganismi senza ossigeno che decompongono la materia organica. Testimonial del successo degli impianti di riciclaggio e’ la citta’ di Monterrey, Messico. Dal 27 giugno del 2006, la metropolitana ha iniziato a funzionare con l’energia elettrica ricavata dalla decomposizione dei rifiuti (fino all’82% del consumo totale). Ogni giorno 180.000 cittadini utilizzano le due linee della metro, senza inquinamento.

Il Parco delle Tecnologie Ambientali di Rivadavia, inoltre, ha gia’ dato il suo primo contributo sociale: un centinaio di operai precari che lavoravano in una vecchia discarica sono stati assunti a tempo indeterminato. Erano abituati a smistare plastica e cartone, ora potranno sentirsi parte integrante di un progetto importantissimo.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, nel frattempo, ha preparato un nuovo piano per uscire dal nucleare in tempi record: l’ultima centrale, forse, si spegnera’ tra 10 anni. A conferma della ritirata, e per rafforzare la sua scelta, il 2 maggio ha inaugurato la prima centrale eolica offshore.

In Italia, al contrario, di spegnere i due reattori sperimentali di Casaccia, nonostante le contaminazioni avvenute nel corso del 2007, neanche se ne parla. Le domeniche ecologiche, le macchine euro5 e la raccolta differenziata sono solo una presa in giro. Scuse per multare i cittadini e di certo non misure per preservare il pianeta. E’ il momento di cambiare. I dibattiti politici utilizzati per dimostrare chi ha ragione sul numero delle morti effettive di Chernobyl hanno stancato.

Il governo, assieme all’opposizione, agisca, vada verso la stessa direzione: quella di un futuro basato sulle energie rinnovabili e non piu’ messo a repentaglio da “bombe” nucleari dislocate nel mondo.

In collaborazione con VALENTINA ROMITI


Fonte: http://www.agoramagazine.it hthttp://www.agoramagazine.ittp://www.agoramagazine.ito

Il Giappone verso il 20% di elettricità da rinnovabili

Lo annuncia il primo ministro Naoto Kan come obiettivo 2020. Il cambio di rotta è molto drastico se si pensa che oggi le fonti rinnovabili producono il 10% del totale, di cui solo l'1% è relativo a solare ed eolico. Il nucleare nipponico, che doveva arrivare a generare il 50% di elettricità al 2030, si arresta e punterà solo a migliorare la sicurezza.

Qualenergia - Non si tratta di un’inversione a 180 gradi, ma sicuramente un cambiamento abbastanza drastico nella politica energetica giapponese quella indicata dal primo ministro Naoto Kan nel corso della settimana: l’obiettivo è produrre il 20% dell’elettricità con le fonti rinnovabili per cercare di diminuire la dipendenza dalle fonti fossili e dal nucleare. La crisi nucleare giapponese iniziata a Fukushima e dell’atomo a livello globale è uno dei temi all’ordine del giorno anche nel G8 attualmente in corso in Francia e questo cambio di programma del Giappone sarà sicuramente un altro elemento importante di discussione tra i grandi paesi industrializzati che intanto prendono tempo, annunciando la possibilità di avviare quanto prima gli stress test sulle centrali nucleari operative nelle proprie nazioni.

Un passaggio al target del 20% di rinnovabili per il Giappone è piuttosto significativo, per non dire ambizioso. Infatti oggi le rinnovabili producono nel paese appena il 10% dell’energia elettrica domestica, gran parte della quale è di origine idroelettrica. Fotovoltaico e eolico non generano che un misero 1% sul totale. Prima dell’incidente dell’11 marzo a Fukushima il nucleare giapponese forniva circa il 30% della produzione elettrica e nei piani energetici del paese asiatico questa quota doveva salire al 50% entro il 2030.

Ma i piani di medio e lungo periodo vanno riconsiderati, ha detto Naoto Kan, imprimendo una forte spinta soprattutto all’efficienza energetica e puntando a far diventare “l’energia rinnovabile una delle fonti principali della società nipponica”. Il paese – ha spiegato il primo ministro – investirà ad esempio molte risorse per ridurre i costi di generazione dell’elettricità solare: entro il 2020 a un terzo degli attuali livelli e ad un sesto entro il 2030. Un impegno per un’innovazione drastica che possa far raggiungere un obiettivo che inizialmente era previsto 10 anni dopo.

In merito al nucleare, Kan ha dichiarato che resterà uno dei pilastri del sistema energetico nazionale, con l’impegno di raggiungere i più elevati di standard di sicurezza. Cosa non facile visto che diverse centrali non sono più giovani e che sono situate sulla costa e di fronte, se non al centro, di aree altamente sismiche. Il Giappone sta comunque cercando di rassicurare i paesi del G8 e il mondo sul fatto che la situazione nei reattori di Fukushima sia in fase di stabilizzazione e ha promesso che renderà presto di dominio pubblico tutte le informazioni sull’incidente e sulla sua evoluzione.

Nelle alte istituzioni nipponiche si parla meno tuttavia delle vere e corrette informazioni che dovrebbero essere fornite alle popolazioni in merito ai livelli di contaminazione degli alimenti e sulla radioattività sprigionata dai reattori, dunque sui reali rischi per la salute. Un aspetto duramente denunciato da Greenpeace che ha riscontrato livelli di contaminazione fino a 50 volte superiori nelle alghe raccolte in zone piuttosto distanti a sud e a nord di Fukushima, nei cui pressi le autorità vietano il transito anche ai fini delle rilevazioni di terzi (Qualenergia.it- Fukushima, la contaminazione sta risalendo la catena alimentare).

Invece di fornire alla popolazione dati precisi, le autorità giapponesi hanno deciso di aumentare a 20 millisievert i livelli massimi di esposizione annuale alle radiazioni, anche per i bambini, cioè 20 volte di più di quelle normalmente ammesse. Più che a proteggere l’industria nucleare, il governo forse oggi dovrebbe, come ha ufficialmente richiesto Greenpeace, “avviare subito un programma di monitoraggio approfondito e continuo dell'ecosistema e rendere pubbliche tutte le informazioni raccolte”. Una coltre di omertà continua però a coprire uno dei più gravi incidente nella storia del nucleare civile.

Fonte: http://www.laperfettaletizia.com

Vescovo sudcoreano: Dopo Fukushima, ripensare le politiche sul nucleare

COREA DEL SUD

Vescovo sudcoreano: Dopo Fukushima, ripensare le politiche sul nucleare


di Theresa Kim Hwa-young

Il presidente della Conferenza episcopale rilancia la questione della sicurezza dell’energia atomica e il problema del riciclo delle scorie nucleari. In caso di incidenti, i costi per il ripristino dell’ecosistema maggiori dei benefici per l’uso del nucleare. La solidarietà ai fratelli cattolici giapponesi.

Seoul (AsiaNews) – È tempo di ripensare le politiche sul nucleare, preservare i terreni e trasmetterli alle generazioni future, perché possano continuare a sfruttarli secondo criteri di eco-sostenibilità. È l’invito lanciato dal presidente del vescovi sud-coreani, in un lungo articolo che riprende il pensiero di Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate, del giugno 2009. Preoccupato per le conseguenze dell’incidente nucleare a Fukushima, in Giappone, che ha interessato pure la Corea del Sud, il prelato rilancia la questione legata alla sicurezza dell’energia atomica, cui si unisce il problema del riciclo delle scorie radioattive.
Nell’editoriale che verrà pubblicato nel numero di luglio della rivista Kyeong Hyang mons. Peter Kaung U-il, presidente della Conferenza episcopale della Corea del Sud (Cbck), sottolinea che è tempo di ripensare le politiche sull’energia nucleare. Intitolato “Riflessione cristiana sull’energia nucleare”, l’articolo sottolinea che è compito degli esperti approfondire i problemi, ma tutti devono interessarsi alla tematica, perché gli impianti nucleari possono essere fonte di gravi disastri.
Il riferimento è al recente incidente atomico a Fukushima, in Giappone, nel marzo scorso. A distanza di due mesi resta lo stato di emergenza. Il governo nipponico ha creato una zona di decine di chilometri attorno alla centrale in cui è proibito l’ingresso e ha ordinato l’evacuazione di diversi centri. Il ministero della Pubblica istruzione ha inoltre innalzato i limiti di radiazioni per le scuole, per evitare le chiusura di quasi tutti gli istituti della città.
La catastrofe nucleare giapponese ha scosso nel profondo anche i sudcoreani. Il presidente dei vescovi parla del problema rappresentato dalle scorie radioattive, la cui conservazione nel sottosuolo causa inquinamento dei terreni e delle acque. Terremoti e tsunami, frequenti nella regione, possono aumentare il pericolo di fughe di materiale atomico. Inoltre, i costi per il ripristino dell’ecosistema sarebbero di gran lunga maggiori rispetto ai benefici attuali dell’utilizzo del nucleare. Mons. Peter Kaung U-il conclude ricordando che “l’ambiente è dono del Creatore” ed è un bene “di tutti” e per questo va “preservato”. Egli auspica l’utilizzo di “nuove misure” nel campo dell’energia, per evitare drammi simili in futuro.
A metà maggio una delegazione di vescovi coreani, guidata dal presidente, ha visitato la diocesi di Sendai, manifestando solidarietà alle popolazioni colpite dal sisma e dalla catastrofe nucleare (cfr AsiaNews, 17/05/2011 Vescovi coreani in Giappone: “Lo tsunami sia una nuova alba per il Sol Levante”). I prelati hanno portato la colletta dei fedeli coreani per i “fratelli giapponesi”, ma ciò che più contava – ha confermato una fonte – era rafforzare “la vicinanza e l’amicizia fra i cattolici dei due Paesi”.

Fonte: http://www.asianews.it

Certificate No. 000358/ - il costo umano di una catastrofe nucleare

Roma, 28 maggio - 8 giugno 2011

il Gruppo Locale di Greenpeace inaugura la mostra fotografica "Certificate No. 000358/ - Il costo umano di una catastrofe nucleare". Con questo evento si intende ricordare l'incidente nucleare di Cernobyl, che nel 1986 sconvolse l'ex Unione Sovietica e il pianeta intero.

Il fotografo Robert Knoth ha realizzato per l'occasione un reportage da quattro zone dell'ex Unione Sovietica colpite da incidenti nucleari e contaminate dalle radiazioni. La mostra si concentra su vari aspetti del fenomeno: le vicende personali e le storie di vita quotidiana si mescolano ai ritratti delle persone colpite da malattie causate dalle radiazioni, alle immagini delle zone contaminate e abbandonate, e a quelle dei centri medici.

A 25 anni dal disastro di Cernobyl, la mostra evidenzia come questa tragedia non abbia rappresentato un fatto isolato e si inserisce nel dibattito attuale intorno al nucleare e al problema dell'approvvigionamento energetico futuro. Alla luce degli ultimi avvenimenti in Giappone, dopo la catastrofe nucleare di Fukushima, mai come adesso è fondamentale ribadire le problematiche dell'energia nucleare.

Durante la serata sarà inoltre possibile partecipare alla registrazione del video "Io mi Ricordo...", in cui ciascuno potrà raccontare i propri ricordi di quel 26 aprile 1986.

Appuntamenti
Inaugurazione: sabato 28 maggio 2011, ore 19.30
Periodo espositivo: 28 maggio - 8 giugno 2011
c/o Caffè Letterario - Via Ostiense, 95 - Roma.

+ Info: E. gl.roma.it@greenpeace.org | web www.greenpeace.it/local/roma


Robert Knoth, nota biografica
Ha studiato all'Accademia dell'Arte di Utrecht, Olanda, e dal 1990 al 1994 ha lavorato come fotografo rock. Ha poi deciso di trasferirsi in Somalia per documentare la storia della guerra civile. Dopo il ‘94, ha lavorato in vari paesi: Afghanistan, Sudan, ex Jugoslavia e altri. Ha ricevuto numerosi premi tra cui quelli del concorso "Zilveren Camera" e 2 World Press Photo nel 1999 e nel 2005.

web www.robertknoth.com

E' ufficiale: la Germania dice addio al nucleare nel 2022

angela merkel fuori la germania dal nucleare nel 2022

Fonte: http://www.ecoblog.it

Hanno potuto di più le elezioni perse o la reale preoccupazione per un futuro a rischio di incidenti nucleari? Il risultato è che la Germania ha deciso di abbandonare il nucleare entro il 2022. La formalizzazione il prossimo 6 giugno durante il consiglio dei ministri.

Appena qualche mese fa, poco prima dell’incidente nucleare di Fukushima Daiichi il cancelliere Angela Merkel aveva deciso di prolungare la vita per poi rivedere questa posizione e stopparle per altri tre mesi. Una indecisione che evidentemente ha influito sulla perdita delle elezioni prima nel Baden-Wuerttemberg e poi a Brema.

La Germania conta su 17 reattori nucleari e dunque sospende il prolungamento di funzione a otto reattori nucleari; gli altri erano già stati sospesi dopo Fukushima. Ora alla Germania tocca recuperare quel 22% di energia che otteneva dalle centrali nucleari.

Via | Le Figaro
Foto | Flickr


Pannelli solari sulla Luna, una speranza per la Terra?

Pannelli solari sulla Luna, una speranza per la Terra?




Il futuro energetico della Terra è sempre più in bilico. Il momento storico in cui viviamo è quello delle convulsioni per il passaggio da un passato che contava unicamente sulle fonti di energia fossile ad un futuro, forse, basato solo sulle rinnovabili. Ma il problema delle fonti rinnovabili è essenzialmente di spazio: dove mettere così tanti pannelli solari da garantire l’autonomia energetica per i paesi che vogliono usufruire integralmente di una tale fonte di energia? Sulla Luna? Sì, perchè no.


È un progetto avveniristico, Luna Ring, che punta proprio a costruire una struttura orbitante intorno al satellite e che sia in grado di trasmettere, mediante microonde o altri dispositivi altrettanto fantascientifici, l’energia prodotta sulla Terra.

La Shimizu Corporation, mediante i suoi laboratori di ricerca, ha svelato un progetto a lungo termine per installare una cintura di pannelli fotovoltaici sulla superficie della Luna. La potenza raccolta dai circa 13mila terawatts di energia solare continua che arriva sulla superficie della Luna ogni giorno sarebbe sparata sulla Terra con microonde o trasmissione laser, dove potrebbe essere usata per gli impieghi più diversi. Uno staff di robot telecomandati sarebbe in rotazione costante per riparazioni e fornire manutenzione per l’installazione di Luna Ring.

Ovviamente i tempi per la partenza di un progetto del genere sarebbero lunghi, visto che non si parla di niente prima del 2035, non proprio dietro l’angolo. Tuttavia, l’intenzione c’è. Anche perchè non serve scoprire qualcosa di nuovo, tutti i componenti tecnici necessari a realizzare qualcosa del genere sarebbero già di largo uso sulla Terra.

Pannelli fotovoltaici, robot telecomandati, laser e microonde sono già utilizzati in situazioni innumerevoli qui sul pianeta. In questo senso, Luna Ring non sembra così raffazzonato.

Il problema, e non è da poco, sono i costi. “Un progetto del genere va oltre qualsiasi prezzo”, dichiara il responsabile della sezione ricerca della Shimizu: “Il prezzo è solo una misura umana”. Come a dire che un progetto del genere segnerebbe il passo definitivo dell’umanità verso qualcosa di ulteriore, verso l’era dello spazio.

Fonte: giornalettismo.com

Psicologia, le difficoltà di una spedizione su Marte

Fonte: http://www.medicinalive.com

Dopo aver raggiunto la luna ed archiviato lunghi viaggi spaziali con missioni della durata di mesi, Marte rappresenta la nuova chimera dell’essere umano. Per raggiungerlo non solo bisogna mettere a punto della tecnologia adeguata, ma bisogna prepararsi psicologicamente al lungo viaggio. E’ possibile per l’uomo? Quali sono le ripercussioni psicologiche in questo caso?

E’ possibile scoprirlo attraverso la testimonianza di Diego Urbina, 27 anni, astronauta italiano ( possiede doppio passaporto italo-colombiano, n.d.r.) formatosi al Politecnico di Torino e da ormai un anno al centro della sperimentazione marziana nata in collaborazione tra la Rokosmos russa, la Esa europea e la Cnsa Cinese, ben tre agenzie spaziali unite in un intento: verificare la tenuta fisica e psicologica in vista di un viaggio verso il pianeta rosso.

Dal 3 giugno del 2010 sei astronauti sono stati chiusi in una astronave costruita presso l’Istituto di Biomedica di Mosca al fine di verificare quali possano essere le condizioni di vita umane una volta sottoposte delle persone ad uno stress così forte come quello che un simile viaggio spaziale comporterebbe: spazi angusti, necessità di mantenere i nervi saldi, capacità tecniche e soprattutto un lungo isolamento dalla terra. Interrotto solo dalle comunicazioni con la base, che avverrebbero con una differita di 20 minuti.

520 lunghissimi giorni che come racconta Urbina, mettono a dura prova la resistenza psicologica dei partecipanti. Non si tratta infatti solo della necessità di tenere sempre sotto controllo parametri vitali e livelli di cortisolo. L’isolamento influisce sull’organismo e sui meccanismi cerebrali e lo scopo dell’esperimento è trovare il modo di annullare gli effetti negativi per evitare di compromettere eventuali missioni.

L’entusiasmo per la pioneristica sperimentazione, passa in fretta. Vi è la necessità di darsi degli obiettivi a breve e lungo termine per poter andare avanti. Scopi che non sono strettamente legati alla missione. Senza contare poi la necessità di saper affrontare il distacco dai propri cari. Quale è stato il cambiamento psicologico più evidente? Ce lo racconta Urbina:



Mi sono reso conto che alcune cose che prima non erano divertenti poi lo diventavano man mano il tempo scorreva. E ora si può ridere di aspetti semplici. Però, contemporaneamente, cose negative molto piccole possono infastidirti più del normale. Fisicamente sto bene, a parte un certo decondizionamento dovuto alla mancanza del movimento, del camminare.

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Marte, parte la sperimentazione in Russia per verificare stress missione

Lingodroidi, dall'Australia i robot che creanoun loro linguaggio

I ricercatori dell'Università del Queensland in Australia hanno messo a punto dei robot in grado di comunicare fra loro tramite un loro idioma, del tutto indipendente dal lessico usato dagli umani.


Dall'Australia giungono notizie molto importanti nel campo della ricerca legata ai robot. Infatti alcuni ricercatori dell'Università del Queensland hanno annunciato di aver messo a punto una nuova classe di robot, ribattezzati "lingodroidi", in grado di sviluppare e usare un idioma per comunicare fra loro. Questa nuova "lingua" è del tutto indipendente rispetto al lessico umano.
Il capo dei ricercatori australiani, Ruth Schulz, ha confermato che questa nuova classe di robot è in grado di "giocare " fra loro a una sorta di "nascondino". In base a quello che comunicano fra loro, i droidi sono in grado di incontrarsi in determinati luoghi fisici.
L'idioma prodotto dai droidi però non è per nulla comprensibile agli umani, dato che è costituito da una serie di suoni che normalmente si ascoltano in un ufficio, dove ci sono fax, computer e cellulari.
Schultz ha presentato la sua ricerca durante un meeting di robotica a Shanghai dove ha spiegato che le sue "creazioni" sono in grado di "comprendere il significato delle parole che inventano. Circolano nell'ambiente in cui si trovano e quando raggiungono un luogo che non ha un nome, generano una combinazione casuale di sillabe che lo rappresentino".

Fonte: http://www.bitcity.it

Pontedera capitale dei robot 150 scienziati al Sant'Anna

Il professor Paolo Dario coordinatore del progetto italiano CA-RoboCom finalizzato allo sviluppo di un nuovo prototipo

E' cominciato a Pontedera il meeting di lancio del progetto CA-RoboCom presso l'Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant'Anna che richiama 150 tra i più famosi scienziati di aree che vanno dalla robotica, alle neuroscienze, scienza dei materiali, tecnoetica, scienze sociali ed umanistiche.

CA-RoboCom (www.robotcompanions.eu ) è un progetto con durata annuale coordinato dal professor Paolo Dario, finalizzato non allo sviluppo di un nuovo prototipo o di una nuova tecnologia, ma in competizione con altre cinque iniziative europee dello stesso tipo, disegnare una delle due iniziative FET Flagship (ovvero progetto bandiera) che l'Europa finanzierà per i prossimi 10 anni e con un finanziamento di almeno 1 miliardo di Euro (per ciascuna iniziativa). In questa due giorni i team leader che rappresentano le diverse istituzioni partner esporranno il piano di attuazione di tale progetto, descrivendo nel dettaglio le diverse anime e iniziative che lo compongono. La principale caratteristica che CA-RoboCom pone alla base del nuovo programma di ricerca che disegnerà è la multidisciplinarietà. Il progetto immagina che il futuro della robotica trarrà vantaggio dal coinvolgimento di differenti discipline e comunità scientifiche, che oltre alla robotica, includeranno: le neuroscienze, la scienza dei materiali, l'etica, le scienze sociali ed umanistiche, la giurisprudenza.
Un focus particolare è dedicato alla società che invecchia, e all'impossibilità di sostenere i correnti modelli di welfare. Nuova scienza e tecnologia saranno necessarie per affrontare questa sfida, per sostenere il sistema socio-sanitario e le famiglie nella cura dell'anziano.

Fonte: http://firenze.repubblica.it

Robotica, l’Italia premiata in Svezia

L’Università di Verona terza all’Eurobotics Technology Transfer 2011 per il progetto di un robot chirurgico

a cura della Redazione Computerworld

Avevamo parlato a febbraio di un progetto del dipartimento di informatica dell’Università di Verona riguardante un robot chirurgico in grado di eseguire in maniera autonoma interventi chirurgici come biopsie, incisioni e suture.

Ora l’ambito in cui è nato questo progetto ha portato a un prestigioso riconoscimento internazionale. Paolo Fiorini (nella foto), docente del dipartimento di informatica dell’ateneo scaligero, ha infatti ritirato il terzo premio all’Eurobotics Technology Transfer 2011 proprio per la creazione di un robot chirurgico, battezzato Surgenius. La premiazione si è svolta a Vasteras, in Svezia, durante l’incontro di Eu-nited, l’associazione robotica europea.

“È un risultato importante non solo per il fatto che siamo stati riconosciuti tra ben 12 partecipanti”, commenta lo stesso Fiorini, ordinario di sistemi di elaborazione delle informazioni, “ma anche per i concorrenti che abbiamo avuto: la società Kuka e l’agenzia spaziale tedesca, che hanno vinto il primo premio, e il Politecnico di Zurigo che ha vinto il secondo premio.”

Il robot, prodotto insieme a Surgica Robotica, è prossimo a ottenere il marchio CE e quindi potrà essere usato in prove su pazienti umani in accordo con i comitati etici dei vari ospedali. “Il robot prodotto a Verona è attualmente una delle macchine chirurgiche più avanzate” sottolinea Fiorini. “Un progetto di questo tipo sarebbe arduo anche nella Silicon Valley, dove esiste una grande mentalità di rischio e infrastrutture adeguate. In Italia e a Verona, la situazione è molto diversa”.

Il gruppo di ricerca di Verona, composto da 3 dottori di ricerca, 3 dottorandi e diversi collaboratori, per un totale di circa 20 persone, sta lavorando su altri cinque progetti. La maggior parte dei ricercatori si dedica a progetti di chirurgia robotica, quali Safros dedicato all’analisi della sicurezza dei pazienti di inerventi di chirurgia robotica, I-sur che esplora il campo dell’automazione di alcuni aspetti della chirurgia robotica, ed Eurosurge che cercherà di creare una rete di laboratori che fanno ricerca in chirurgia robotica. Gli altri due progetti riguardano Filose, che studia il sistema sensoriale dei pesci per progettare robot sottomarini in grado di muoversi in modo efficiente in acque turbolente, ed Edufill, un programma di insegnamento della robotica che prenderà avvio a giugno. (sm)

Fonte: http://www.cwi.it

Perché le comete sono ‘cool’

LA CAMPAGNA SU TWITTER DELL'ESA

Per festeggiare il 25esimo anniversario dell'esplorazione cometaria, inaugurata nel 1986 dalla sonda Giotto, l'Agenzia Spaziale Europea lancia un concorso di microblogging. Il miglior "tweet" sarà premiato con un viaggio al centro dell'ESA in Germania per le celebrazioni del 15 giugno.


Sono passati 25 anni dal primo incontro intimo tra una sonda spaziale e una cometa. Era il 1986. Lui si chiamava Giotto - la missione dell’ESA che ha inaugurato l’esplorazione di questi oggetti celesti raminghi. Lei, la mitica cometa Halley. Per ricordare quell’incontro tra le stelle, e celebrare le prossime tappe dell’esplorazione cometaria, l’Agenzia spaziale europea ha lanciato un concorso su Twitter. Perché le comete sono cool? Se hai familiarità con il sito di social network e le comete ti hanno sempre affascinato, allora dillo. Con un tweet: 130 caratteri al massimo. Il “cinguettio” più brillante, ironico, scientificamente accurato, originale e, ovviamente, sintetico verrà premiato con un viaggio al centro operativa ESOC di Darmstadt, in Germania, il 15 giugno, per partecipare all’evento in ricordo della missione Giotto e in nome della missione di Rosetta.

La sonda Rosetta, in viaggio ormai da 10 anni nelle profondità dello spazio, ha già quadrupilicato la distanza tra la Terra e il Sole, e si prepara per il rush finale. A giugno, verrà messa in ibernazione, fino a gennaio 2014, quando si risveglierà per il sospirato appuntamento con la cometa 67-P/Churyumov-Gerasimenko. L’evento del 15 giugno sarà così anche l’occasione per dare la “buona notte” a Rosetta.

Per partecipare al concorso c’è tempo dal 30 maggio al 9 giugno ed è semplicissimo: basta inserire l’etichetta #coolcomet“ e lasciare un tweet. Tutti i messaggi saranno pubblicati sul blog di Rosetta. Il vincitore sarà proclamato il 10 giugno. Per maggiori informazioni visitare il sito dell’ESA.

Fonte: http://www.media.inaf.it

Commento di Oliviero Mannucci: Perchè sono "COOL" la comete? Perchè ci vuole " COOL" per scoprirle! Questa è la mia personale spiegazione, vi piace?

Astronomia/ Luna contiene altrettanta acqua della Terra

Secondo analisi campioni di roccia raccolti da Apollo 17

Astronomia/ Luna contiene altrettanta acqua della Terra

Washington, 27 mag. (TMNews) - La Luna contiene una quantità d'acqua cento volte superiore a quanto stimato precedentemente e comprabile a quella presente sulla Terra: è quanto risulta da uno studio pubblicato dalla rivista scientifica statunitense Science.

La scoperta potrebbe portare a rivedere alcune teorie sulla formazione del nostro satellite: molecole d'acqua e altri elementi volatili sono stati scoperti in alcuni campione di rocce magmatiche lunari raccolte nel corso della missione Apollo 17, l'ultima ad aver toccato il suolo lunare.

Le concentrazioni sono identiche a quelle riscontrate nelle rocce magmatiche sul nostro pianeta, il che conferma l'origine comune dei due corpi, ma costringerà gli scienziati a rivedere l'ipotesi secondo la quale la Luna si sarebbe formata in seguito all'eiezione di materiale terrestre dovuto a un impatto asteroidale.

(fonte Afp)

Fonte: http://www.tmnews.it

Commento di Oliviero Mannucci:

Il contattista George Adamsky nel suo libro " A bordo dei dischi volanti" disse la stessa cosa " e lo annunciò alla gente della Terra durante le sue conferenze degli anni '50 e '60 " Potei vedere prove inconfutabili del fatto che, sulla faccia visibile dalla Terra, un tempo doveva esservi stata grande abbondanza d’acqua. Zuhl disse:
"Ve ne è ancora moltissima sull’altra faccia; inoltre, grandi quantità sono nascoste assai profondamente nelle montagne di questo emisfero".
Poi mi indicò, sui fianchi delle montagne che circondavano i crateri, tracce inequivocabili d’antichi corsi d’acqua. È vero che alcuni dei crateri sono stati formati da meteoriti che hanno sconvolto e modificato la superficie della Luna; ma in tutti i casi del genere, questi crateri hanno un fondo ad imbuto, chiaramente definito. Mentre studiavo la magnifica superficie della Luna sullo schermo che stava davanti a noi, notai solchi profondi nel suolo e nelle rocce, che potevano essere stati lasciati soltanto da vigorosi corsi d’acqua in un lontano passato. In alcuni di quei punti si poteva ancora scorgere chiaramente un’area ristretta di vegetazione. Parte della superficie appariva ricoperta da una polvere finissima, mentre altre zone sembravano consistere di particelle più grandi, simili ad una sabbia grossolana o a ghiaia finissima.
Non mancarono i soliti sapientoni che provarono a ridicolizzare le sue affermazioni dicendo che erano tutte fantasie. Molti furono i suoi detrattori, ma ebbe la forza di proseguire nella diffusione del messaggio extraterrestre e trascrisse tutte le sue esperienze in alcuni libri. Nel 1959 fu addirittura ricevuto dalla regina Giuliana d’Olanda e da Papa Giovanni XXIII. Morì il 25 Aprile 1965 stroncato da un infarto.
Poco prima di morire disse al suo caro amico Desmond Leslie:
"Sono oramai alla fine della mia vita e sapendo tu quanto profonda sia la mia fede cattolica e la mia fermezza morale, puoi anche immaginare quanto mi sarebbe difficile, se non impossibile, protrarre anche fin dopo la morte un inganno così tremendo. Tutto ciò che ho scritto non è che la pura verità, per quanto astrusa e pazzesca possa sembrare."
Il fatto che Adamski sia stato sepolto ad Arlington, lascia ancora oggi qualche perplessità, considerando che il cimitero statunitense è dedicato ad accogliere esclusivamente personaggi illustri ed eroici degli USA.

Vesta in vista

LA SONDA DAWN TRASMETTE LE PRIME IMMAGINI

La sonda della NASA ha inziato a vedere il grande asteroide. Dal 16 luglio comincerà ad orbitargli attorno e a studiarlo, grazie allo strumento italiano VIR, realizzato da ASI con la guida scientifica dell'INAF.

Vesta è finalmente nel campo visivo di Dawn. Dopo oltre tre anni di viaggio la sonda della NASA è infatti prossima all’obiettivo e la camera di bordo ha cominciato a trasmettere le prime immagini del grande asteroide della fascia principale. Nel frattempo si è messo al lavoro anche un altro strumento: VIR (Visible and Infrared Mapping Spectrometer), lo spettrometro ad immagine operante nel visibile e nel vicino infrarosso.

Derivato dallo strumento VIRTIS a bordo della missione Rosetta, VIR è stato fornito dall’ Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e realizzato con la guida scientifica del’INAF sotto la responsabilità del PI Angioletta Coradini (INAF/IFSI).

Le prime immnagini di Vesta non testimoniano solo l’inizio della fase di avvicinamento al grande corpo roccioso ma servono a Dawn per la calibrazione degli strumenti e visualizzare la posizione dell’asteroide rispetto lo sfondo delle stelle, un riferimento necessario per eseguire eventuali aggiustamenti di traiettoria che la porteranno, in poco più di due mesi, a 16 mila chilometri di distanza da Vesta. Quando ciò avverrà, data esatta 16 luglio, la sonda sarà catturata dall’attrazione gravitazionale dell’asteroide e comincerà ad orbitargli intorno per circa un anno, durante il quale ne studierà da diverse altezze le caratteristiche morfologiche, determinando la composizione chimica della superficie. Dopodiché Dawn punterà verso un altro corpo della fascia degli asteroidi: Cerere, da pochi anni promosso al livello di pianeta nano.

Sia nel caso di Vesta che di Cerere, grande importanza avranno i dati raccolti da VIR. Sarà proprio lo spettrografo italiano a ricostruire il suolo dei due corpi rocciosi e della loro composizione mineralogica. Informazioni fondamentali per chi studia l’evoluzione del Sistema solare. Vesta e Cerere sono infatti ritenuti due rappresentanti dei corpi risalenti a quel periodo di transizione che ha portato dall’iniziale fase di aggregazione dei planetesimi alla formazione dei pianeti veri e propri. Grazie a VIR l’Italia conferma il suo ruolo da protagonista nel campo della tecnologia spaziale e segue con entusiamo quella che si annuncia una missione capace di raggiungere grandi traguardi.

Ulteriori informazioni sul sito ufficiale della missione.

Fonte: http://www.media.inaf.it

Nasa: Shuttle Endeavour si prepara al rientro



Nasa: Shuttle Endeavour si prepara al rientro (IAMM) Florida, 30 Mag 2011 - Dalla Nasa arrivano buone notizie in merito allo Shuttle Endeavour, in missione spaziale STS-134 da 14 giorni. Questa mattina, poco prima delle sei ora italiana, l'Endeavour si è sganciato per l'ultima volta dalla stazione spaziale internazionale per compiere un giro intorno alla struttura permanentee dare la possibilità all'equipaggio a bordo, il Comandante Mark Kelly, il pilota Gregory H. Johnson e gli Specialisti di Missione Michael Fincke, Greg Chamitoff, Andrew Feustel e Roberto Vittori dell'Agenzia spaziale europea astronauta, di scattare alcune fotografie.
Lo Shuttle Endeavour sta per fare ritorno a casa; infatti è previsto per mercoledì 1 giugno il rientro alla base di Cape Canaveral in Florida. Sul sito Nasa è possibile monimorare la missione dello Shuttle Endeavour, clicca qui.

Fonte: http://www.italia-news.it

Roberto Vittori sull'Iss: gli esperimenti della Missione Dama

missione_dama

Dopo il ritorno di Paolo Nespoli dalla Stazione Spaziale Internazionale lo scorso 24 maggio, l’Italia è stata rappresentata nello spazio da un altro illustre astronauta Roberto Vittori. La missione DAMA (DArk MAtter) che lo ha visto impegnato sull'Iss si è appena conclusa. Proprio oggi lo Shuttle Endeavour, che lo aveva portato nello spazio, è ripartito verso la Terra, dove atterrerà il prossimo mercoledì.

In tutto i payload portati a bordo di Endeavour sono stati sei e rappresentano il risultato di un programma congiunto tra Asi e Aeronautica Militare. Al progetto hanno partecipato numerosi atenei italiani, PMI e diversi centri di ricerca nazionali. Tali esperimenti avranno importanti conseguenze sulle ricerche nel campo della radiobiologia, della biomedicina, della fisiologia degli organismi e della biologia cellulare. Il giorno dopo il lancio dello shuttle, alle 16 (ora italiana), il primo esperimento a essere messo a punto è stato BIOKIS, realizzazione della Kayser di Livorno. L’astronauta Gregory Johnson ha effettuato le operazioni di payload in orbita. Il 19, invece, Vittori ha attivato l’Experiment Unit (Germination) che fa parte dell’esperimento BioS-SPORE. Tutti le sperimentazioni di BIOKIS spaziano nel campo della biologia cellulare e della radioprotezione.

Il 19 maggio è stata anche la volta di IENOS. Ancora Vittori a lavoro nelle sequenze di posizionamento dei tre sensori di questo ‘Naso Elettronico’. Le tre unità di cui è composto sono state collocate all’interno dell’US Lab. e sono state rimosse solo nel momento di undocking dello shuttle. Questa particolare strumentazione ha monitorato la qualità dell’aria durante tutto il periodo di permanenza dell’equipaggio a bordo della Iss. Anche questo esperimento può dirsi italiano poiché nato e realizzato dal Dipartimento di Elettronica della Facoltà di Ingegneria di Roma Tor Vergata.

VIABLE ISS è stato sistemato sulla stazione orbitante subito dopo IENOS, alle 13.30. Rimarrà agganciato alla stazione per almeno tre anni con il fine di monitorare i generi di biocontaminazione da batteri e funghi presenti sulla Iss. L’esperimento proviene dal Dipartimento di Agrobiologia e Agrochimica dell’Università della Tuscia.

Il 22 maggio ha presso avvio il progetto IFOAM. Lo studio, sempre attivato dal nostro Vittori, si basa sulla realizzazione di una schiuma polimerica, ovvero una molecola costituita da un elevato numero di gruppi molecolari. L’esperimento è stato sviluppato dal Dipartimento di Meccanica della Facoltà di Ingegneria dell’Università Tor Vergata di Roma. Sono tre i suoi principali obiettivi: verificare il processo di recupero delle geometrie di materiali di forma, testarne di nuovi e realizzare strutture con la possibilità di espandersi e posizionarsi in modo autonomo.

L’esperimento ASIA for Human Flight si pone nella prospettiva futura delle missioni spaziali di domani. Il progetto nasce a Roma, con la collaborazione dell’Information Technologies Services e del Campus Biomedico. Il programma intende sviluppare un algoritmo che, avendo come punto di partenza i dati biologici di qualsiasi astronauta, ne prospetti l’evoluzione della decalcificazione ossea. Il fine è di elaborare una strategia curativa e preventiva.

Infine, APE (Astronaut Personal Eye). Il piano di lavoro di questo ultimo esperimento, messo a punto da Vittori il 20 maggio, prevede di sviluppare una tecnologia per realizzare un micro-veicolo spaziale da utilizzare sia all’interno che all’esterno dei veicoli orbitanti. Soprattutto, questo mezzo sarà di supporto nelle attività umane previste dalle operazioni extraveicolari durante le prossime spacewalks.

Federica Vitale

Fonte: http://www.nextme.it