Sicurezza o omertà?
- Paola Tesio – 15 ottobre 2012 –
Gli incidenti nucleari accaduti nel mondo sarebbero molti di più di
quelli dichiarati ufficialmente. Non vi sono soltanto i gravissimi noti
passati alla storia come Three Mile Island, Chernobyl e Fukushima, ma
tanti altri, anche di notevole entità. L’Aiea (Agenzia Internazionale
per l’Energia Atomica), organo ufficiale dell’Onu in materia, ne ha
confermati una trentina, ma risulterebbero oltre centotrenta aggiungendo
quelli denunciati da Greenpeace e da altri organismi ambientali.
Recenti episodi si sono verificati in Francia, non solo nel 2008 a
Tricastin, ma anche lo scorso settembre a Fessenheim. Come al solito gli
effetti vengono minimizzati, poiché è interesse delle lobby occultare
le conseguenze “minori” e sdrammatizzare sui casi incelabili,
diffondendo interpretazioni positive dei dati per non allarmare le
popolazioni. Bisogna inoltre ricordare i pericolosissimi depositi di
scorie disseminati nel nostro paese, di cui il Piemonte pullula ed il
materiale bellico Usa. Non è del tutto rassicurante il risultato degli
“stress test” a cui lo European Nuclear Safety Regulators Group, su
incarico della Commissione Europea, ha sottoposto le centrali nucleari
attualmente attive nell'Unione Europea. Sono 145 i reattori presenti nei
15 stati membri, di cui ben 58 nella vicina Francia, 7 in Belgio , 2 in
Bulgaria, 6 nella Repubblica Ceca, 4 in Finlandia, 17 in Germania (per
un totale di 12 centrali nucleari, di 4 con 8 reattori sono state chiuse
dopo l’incidente di Fukushima), 4 in Ungheria, 2 in Lituania (in fase
di smantellamento), 1 nei Paesi Bassi, 2 in Romania, 4 in Slovacchia, 1
in Slovenia, 8 in Spagna, 10 in Svezia, 9 nel Regno Unito. Nei paesi
confinanti con l’Ue, 5 sono in Svizzera e 15 in Ucraina, ed anch’essi
hanno pienamente partecipato ai test. Analisi che non hanno previsto
alcuna simulazione d’incidente ma hanno semplicemente cercato di
rispondere a dei quesiti di autovalutazione eseguiti dagli operatori
delle centrali, dai responsabili dei singoli paesi e valutati da un pool
di esperti internazionali che hanno verificato teoricamente le
procedure contenute nelle linee guida degli stabilimenti. Gli obiettivi
principali erano tre: stimare la sicurezza e la robustezza delle
centrali nucleari in caso di eventi naturali esterni come quello di
Fukushima, capire se i sistemi di sicurezza siano in grado di attuare le
normali funzioni, verificare la capacità delle centrali di affrontare
gli incidenti gravi. Sono stati altresì esaminati accadimenti come la
caduta di un aereo nei pressi delle centrali. I test hanno rivelato che
gli standard internazionali di sicurezza non sono rispettati. Nella fase
di progettazione in 54 reattori europei su 145 (37%), non sono stati
presi in considerazione i moderni standard per il calcolo del rischio
sismico. In 62 reattori (43%), non sono stati considerati quelli per le
per le inondazioni. Per quanto concerne gli standard di pericolosità,
le quote minime raccomandate a livello internazionale per il rischio
sismico non vengono recepite in ben 65 reattori (45%). Le
apparecchiature per il contenimento degli incidenti gravi, che devono
essere tenute in posti protetti anche in caso di devastazione generale
per poter venire utilizzate rapidamente dalle squadre di soccorso, non
sono lasciate in luoghi idonei in 81 reattori (56%). In ogni centrale
nucleare dovrebbero essere presenti strumentazioni in grado di misurare e
allertare il personale preposto qualora si verifichino possibili
terremoti; queste devono essere ancora installate o migliorate in 121
reattori (83%). In caso di un normale blackout ogni impianto dovrebbe
essere capace di far fronte all’emergenza per più di un’ora, anche senza
intervento, per evitare il surriscaldamento del nocciolo; nel 3% questo
non avviene. Le procedure operative di allarme dovrebbero funzionare in
tutti gli impianti in uno stato di arresto, cosa che non avviene in 57
reattori ( 39%). Sulla carta sono previste severe linee guida in caso di
incidenti, che devono coprire tutti gli stadi dell'impianto (sia a
piena potenza sia in regime di arresto), di fatto non sono attuate in 79
reattori (54%). Misure passive, che non richiedono l'iniziazione da
qualsiasi altro sistema o intervento umano, devono essere previste per
evitare esplosioni di idrogeno (o di altri gas combustibili) in caso di
incidenti gravi, cosa che non accade in 40 reattori (28%). Dovrebbe
essere a norma anche il contenimento filtrato dei sistemi di
ventilazione (per consentire la depressurizzazione ed il sicuro
arginamento del reattore in caso di incidente), tale misura è assente in
32 reattori (22%). In regime di emergenza deve essere presente un
sistema di backup che si attiva quando la sala di controllo principale
diventa inagibile a seguito del rilascio radioattivo dovuto ad un grave
incidente, o quando si verifica un incendio nella stessa o per i danni
dovuti a pericoli esterni. Questi sistemi di sicurezza non sono
disponibili in 24 reattori (17%). Nonostante tali risultati, contenuti
nel comunicato stampa
ufficiale diramato dalla Commissione Europea il 4 ottobre scorso, la
valutazione finale dello European Nuclear Safety Regulators Group è che
le centrali europee risultano comunque complessivamente “sicure”,
pertanto non è stata data alcuna indicazione di chiusura per nessuno
stabilimento ma soltanto la raccomandazione di risolvere i problemi
emersi dagli stress test entro l’estate del 2014. Günther Oettinger
commissario Ue per l’energia ha sottolineato: «Le prove hanno rivelato
quali sono gli aspetti positivi e dove è necessario operare dei
miglioramenti. Sono state effettuate con rigore e complessivamente la
situazione è soddisfacente. Tutte le autorità coinvolte devono
collaborare per assicurare che le più elevate norme di sicurezza vengano
applicate in ogni centrale nucleare». Certo è che l’incapacità di far
fronte ad eventi come lo Tsunami e la mancanza di adeguate
strumentazioni di emergenza, non sono variabili da sottovalutare se ad
esse si unisce l’impreparazione del personale nel fronteggiare le
emergenze. Un quadro drammatico che non può assolutamente essere dipinto
come uno stato di salute positivo. Del resto Chernobyl e Fukushima
dimostrano che l’incauta gestione delle centrali nucleari e degli
incidenti che possono accadere, sia dovuti ad errori umani sia a
catastrofi naturali, sono comunque eventi incontrollabili. L’ambasciata
ucraina di Parigi, nel 2004, rivelava che il 94% dei liquidatori, ovvero
le persone che intervennero nell’immediato nell’area di Chernobyl,
avevano riportato delle patologie dovute all’esposizione alle radiazioni
e che 25 mila di loro erano morti. Nella quasi totalità dei casi questi
addetti non sono stati muniti di idonei equipaggiamenti ed è stato
sottovalutato il rischio della loro incolumità. Nel 2005 la medesima
autorità ha ammesso che 3 milioni e mezzo di persone avevano subito un
forte irraggiamento a causa dello scoppio del reattore e che 2.646.106
cittadini ucraini erano stati riconosciuti in modo ufficiale come
vittime di quella indicibile catastrofe. Sia nel caso di Chernobyl, sia
in quello di Fukushima, le operazioni di intervento non sono state
condotte con adeguatezza e si è provveduto ad arginare i disastri in
maniera alquanto superficiale. Come dimenticare le tragiche immagini
degli elicotteri che cercavano di gettare la sabbia sul reattore nel
1986, i piloti che morivano, i volti dei bambini malformati ed il grande
silenzio. Un’indagine epidemiologica ha dimostrato che i danni da
radiazioni sono elevati. Infatti, tra il 1981 e il 1985 i bambini
affetti da tumore maligno erano il 33,3%, negli anni successivi a
Chernobyl salivano al 46,7% e nel 2011 addirittura al 68,7%. Basti
pensare che dopo quella terribile catastrofe l’Unione Sovietica alzò il
limite di esposizione a 5 mSV/anno, il governo giapponese, dopo
Fukushima, a 20 mSV/anno, quando la Cipr (Commissione Internazionale di
Protezione Radiologica), indica come esposizione massima per un adulto
la quantità di 1 mSV/anno. Sono circa 440 i reattori nucleari ancora
attivi nel mondo. La Francia rappresenta un caso unico perché con i suoi
58 reattori copre il 76% del fabbisogno energetico interno; diverso è
il caso Usa, che con 104 copre solo il 20%. La produzione totale di
energia ottenuta si aggira intorno al 16%, per un totale di 370
gigawatt. Negli anni Settanta si stimava per l’epoca attuale
un’erogazione nettamente maggiore, intorno ai 1000 gigawatt. Riflettere
in modo adeguato sui costi e benefici dell’atomo richiede una condizione
essenziale: la trasparenza. E’ però impossibile valutare i danni
ambientali, la pericolosità delle scorie, il rischio delle patologie se
l’uomo anziché operare con lungimiranza agisce con omertà.
Fonte: http://www.articolotre.com
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