È il 30 settembre del 2011: una flotta
di droni, decollati da una base dell’intelligence americana nel sud
dell’Arabia Saudita, lancia dei missili contro alcuni convogli in
un’area desertica della provincia yemenita di Jawf. È uno degli
episodi-chiave della guerra dei droni passata nelle mani della Cia per
volontà del consigliere speciale anti-terrorismo John Brennan, oggi
scelto da Obama proprio come direttore dell’agenzia dei servizi segreti.
A morire sotto i colpi degli aerei a comando remoto furono due
cittadini statunitensi affiliati ad al Qaeda, Anwar al-Awlaki e Samir
Khan.
Il primo, quarantenne, ingegnere civile
del New Mexico, imam e editorialista amava definirsi l’Osama del web ed
era sotto il controllo dell’Fbi dall’undici settembre per contatti
sospetti con tre dei dirottatori coinvolti negli attacchi. Il secondo,
ventiseienne cresciuto nel Queens, di stanza in Yemen dal 2009, era uno
dei responsabili di Inspire, la rivista online in lingua
inglese del network islamista. Era diventato celebre nell’ambiente per
articoli quali “Sono fiero di essere un traditore dell’America” e “Come
fare una bomba nella cucina di tua madre” ed era molto vicino al
“collega” al-Awlaki. Un mese dopo lo stesso destino era toccato ad
Abdulmaran, figlio sedicenne di al-Awlaki avvistato nel deserto mentre
era alla ricerca del padre scomparso con un attacco che ha aperto una
lunga coda di polemiche. Se i primi due erano stati designati dalla Cia
come obiettivi dei droni, il giovane è stato assassinato per un tragico
errore: il vero obiettivo era il qaidista Ibrahim al-Banna, rimasto
ucciso insieme ad altre sette persone.
Così, mentre Barack Obama a pochi mesi
dall’uccisione di Osama Bin Laden celebrava il successo dell’ “immenso
impegno anti-terrorismo degli Stati Uniti come un tributo alla comunità
dei servizi segreti”, alcuni giuristi iniziavo a interrogarsi sulla
legittimità dei raid. In
particolare i dubbi degli analisti sono legati all’esecuzione di
cittadini americani e non-americani senza un giusto processo e alla
costituzionalità di azioni di guerra per ordine di agenzie
dell’esecutivo, senza alcun controllo del Congresso.
Tra i primi, Glenn Greenwald, giornalista costituzionalista esperto di intelligence e co-fondatore di Freedom Of The Press Foundation
ha da subito fatto appello al Quinto Emendamento: “nessuno può essere
privato della propria vita, libertà o proprietà senza giusto processo”. Due
anni dopo alcuni senatori repubblicani, uno su tutti John McCain, si
sono opposti alla recente promozione di Brennan ai vertici della Cia.
“Nessun politico dev’essere autorizzato a giudicare la colpevolezza di
un individuo ordinandone l’esecuzione: va contro tutto ciò in cui
crediamo per la nostra nazione”, ha dichiarato in Senato uno degli
ostruzionisti più convinti, Rand Paul, del partito repubblicano.
Come ha raccontato in un lungo approfondimento il New York Times,
è stato affidato a due insigni giuristi – David Barron (Harvard
University) e Martin Lederman (Georgetown University) – il compito di
rintracciare dei cavilli che giustificassero la legalità di questi
attacchi contro cittadini statunitensi. Paradossalmente i due, che nel
2008 criticavano insieme all’allora senatore Obama le forzature
presidenzialiste dell’esecutivo di Bush, hanno impiegato diversi mesi
per corroborare la legittimità costituzionale della “guerra
telecomandata” che l’attuale amministrazione dirige scavalcando il
controllo congressuale.
Nella prima bozza del rapporto
consegnato al dipartimento della Giustizia, si insisteva sulla
pericolosità e la condotta morale degli individui assassinati all’estero
dai servizi segreti, senza risolvere il problema dell’esistenza di una
legge del codice penale che considera un reato l’assassinio di un
americano perpetrato all’estero da un suo connazionale. L’appiglio
legale è stato il caso del 1997 di Sharonda Renita White, ventiduenne
ritenuta colpevole da una corte californiana dell’assassinio del figlio
di due anni commesso nella base Air Travis Force di Okinawa, in
Giappone. Nel dispositivo della sentenza, il giudice ha confermato che
gli omicidi oltreoceano devono essere interpretati come quelli che
avvengono in patria, ma allo stesso tempo ha specificato che “non è
intenzione del Congresso criminalizzare i casi giustificabili o
scusabili”.
Per Barron e Lederman, dunque, dei
cittadini americani considerabili nemici della patria in quanto aderenti
a un’organizzazione terroristica, rientrerebbero proprio in questa
eccezione, come conferma il Libro Bianco riservato del dipartimento di Giustizia, ottenuto e pubblicato il mese scorso da Michael Isikoff di NBC News.
Così nel memorandum di sedici pagine si
è sancita definitivamente la legittimità costituzionale
dell’eliminazione di soggetti considerati “minaccia permanente alla
nazione” da un alto funzionario dell’esecutivo.
Fonte
I diritti umani nell’era Obama
Olga Rodríguez -El Diario
Traduzione cura CeSPIn Puntocritico
Il peso della realpolitik continua a marcare l’agenda della politica estera degli Stati Uniti
Sotto l’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno commesso assasini
extragiudiziari, hanno bombardato territori stranieri e ucciso civili,
hanno venduto armi a dittature e governi illegittimi usate per reprimere
la popolazione, hanno mantenuto aperto il carcere di Guantanamo, hanno
rinnovato aiuti economici a eserciti repressivi e protetto agenti della
CIA accusati di tortura. Ma nulla di questo è rientrato nel dibattito
politico durante la campagna elettorale.
Esistono chiare differenze tra le politiche di Rommey e Obama. Però
il carattere egemonico degli Stati Uniti pesa, sino al punto che Obama
non è stato ciò che molti speravano fosse in materia di diritti umani.
Al punto che lo stesso ex presidente statunitense Jimmi Carter – al di
fuori dal sospetto di voler favorire il trionfo repubblicano – scriveva
lo scorso giugno un articolo sul New York Times molto critico, in cui si
accusava l’attuale governo di violare chiaramente “almeno dieci dei
trenta articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani,
inclusa la proibizione contro le condanne crudeli, inumane e
degradanti”. Il presidente statunitense non è stato all’altezza delle
aspettative che ha generato in determinati settori.
Nonostante le sue promesse, il carcere
di Guantanamo continua ad essere aperto, con più di 150 prigionieri
senza accuse chiare e senza diritti a un giudizio civile. Il governo ha
bloccato sistematicamente le iniziative adottate da ex detenuti, che
reclamano un risarcimento per le violazioni dei diritti umani e le
torture a cui sono stati sottomessi.
I droni
Nonostante sia stato premiato con il Nobel della Pace, Obama si è
configurato come il presidente della guerra dei droni, gli aerei spia
non pilotati con cui gli Stati Uniti lanciano i loro attacchi in
Pakistan, Afghanistan, Somalia o Yemen. Dal 2009 a oggi solo in Pakistan
i droni statunitensi hanno ucciso almeno 1.488 persone. Secondo diverse
fonti, come la New American Fundation, almeno 155 di queste vittime
erano civili, 50 sono morte mentre soccorrevano altre vittime e più di
20 sono state attaccate deliberatamente da droni durante preghiere o
funerali.
E’ lo stesso Obama in persona ad avere
l’ultima parola per decidere se condurre un’attacco con aerei spia non
pilotati in cui esista rischio di mettere in pericolo la popolazione
civile. In realtà Washington definisce come militante, come dire, come
obiettivo legittimo, qualsiasi uomo in età militare che si trovi in una
zona attaccata da droni. Come recentemente denunciava un relatore delle
Nazioni Unite, attraverso il programma di droni statunitensi si è potuto
commettere crimini di guerra che devono essere investigati e
denunciati. Il relatore dell’ONU sulle esecuzioni extragiudiziarie,
Christof Heyns, ha avvisato che il programma di droni degli Stati Uniti
mette in pericolo la legge internazionale e potrebbe animare altri paesi
a spingere per tattiche simili. Se c’è il via libera perché Washington
bombardi territori alieni, con quale legittimità si può pretendere il
giorno successivo all’Iran, ad esempio, che non bombardi punti specifici
di un determinato paese straniero? Non c’è bisogno di spiegare le
conseguenze che questa strategia militare ha nelle popolazioni colpite:
un recente studio delle Università NYU y Stanford denunciava il trauma
psicologico che tali operazioni provocano in bambini e adulti. “I droni
attacano abitazioni, veicoli e spazi pubblici senza previe avvertenze.
La loro presenza terrorizza uomini, donne e bambini, provocando un
chiaro aumento di casi di ansietà e traumi psicologici tra i civili”,
indica l’informativa. E continua: “Le prove suggeriscono che gli
attacchi statunitensi hanno facilitato il reclutamento di militanti in
gruppi armati violenti, e hanno motivato attacchi ancora più violenti”.
“Andammo, vedemmo e morì”.
Obama voleva passare per la Libia in
punta di piedi, ma la cosa si è complicata. Gli Stati Uniti e i suoi
alleati optarono per mantenere l’operazione militare in Libia nonostante
la risoluzione delle Nazioni Unite che approvò l’intervento stabiliva
come unico obiettivo proteggere la popolazione civile. Si è aperto in
questo modo il cammino a un’ingerenza straniera che ha agito a favore di
una parte, cosa non stipulata dall’ONU, e dove la NATO ha perpetuato
svariati attacchi a civili uccidendo tre figli di Gheddafi. In realtà
l’operazione non è terminata sino a quando non venne ucciso lo stesso
Gheddafi. Prima del suo assassinio extragiudiziario, la Segreteria di
stato Hillary Clinton ha manifestato quanto segue: “Andammo, vedemmo e
morì”.
Bin Laden era un altro degli
obiettivi di Washington e Obama decise di liquidarlo ai margini della
legge internazionale. Che il terrorista più ricercato al mondo fosse
disarmato non ha evitato che l’equipe di operazioni speciali
statunitensi lo mettesse a morte. Con lui sono morti uno dei suoi figli e
altre tre persone. Anche in Yemen gli Stati Uniti portano avanti una
intensa campagna di attacchi, presuntamente contro gruppi
antigovernativi, nei quali sono morti civili.
Vendita di armi a governi dittatoriali.
Con l’amministrazione Obama gli
Stati Uniti hanno marcato un nuovo record nell’esportazione delle armi.
Nel 2011 si è triplicata la cifra delle vendita di armamento
statunitense, che raggiunse i 66.300 milioni di dollari, 21.400 milioni
più che l’anno precedente. Il 77,7% delle vendite mondiali di armi
furono realizzate dall’amministrazione statunitense. Tra i suoi grandi
acquirenti ci sono governi dittatoriali, come la monarchia assolutista
dell’Arabia Saudita, primo produttore di petrolio mondiale e per tanto
uno dei grandi alleati di Washington in Medio Oriente.
Nel 2011 la Casa Bianca ha approvato
l’invio di armi all’Arabia Saudita per un valore di 33.400 milioni di
dollari. Detto accordo si è prodotto dopo che l’Esercito saudito avesse
represso con brutalità le manifestazioni che chiedono diritti e libertà
sia in territorio saudita come nel vicino Bahrein, mentre Washington
guardava verso un altro lato. E, quantunque gli Stati Uniti dicano di
promuovere l’embargo di armi alla Siria, la suddetta vendita di armi
all’Arabia Saudita è avvenuta quando si sapeva che i sauditi stavano
rifornendo di armi i ribelli siriani. Esiste inoltre un accordo che
prevede l’esportazione di armi statunitensi all’Arabia Saudita in un
lasso di 15 anni per un totale di 60.000 milioni di dollari, che
costituisce la vendita di armi individuali più grande della storia.
Washington è tornata a vendere armi anche al Bahrein, dove il governo
continua ad attaccare e ad incarcerare manifestanti che chiedono
democrazia, o all’Egitto, dove l’esercito l’armamento lo ha impiegato
per attaccare i manifestanti. Questo non ha impedito che gli Stati Uniti
siano tornati a rinnovare il proprio aiuto annuale di 1.300 milioni di
dollari all’esercito egiziano. Altri paesi che violano i diritti umani e
la legge internazionale a cui gli Stati Uniti hanno trasferito
armamentisono Israele, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Honduras,
così come hanno avvisato diverse organizzazioni internazionali difensore
dei diritti umani. Tali denunce sono cadute nel vuoto. Come accaduto
con governi statunitensi precedenti, la realpolitik pesa più che i
diritti umani nella politica internazionale dell’amministrazione Obama.

La lista di morte di Obama e altre disposizioni.
Il giornale di The New York Times ha
svelato quest’anno il presunto vincolo del presidente Obama a ciò che
definiscono la “lista della morte” o “kill list”, un’insieme di nomi di
presunti terroristi ricercati dalla casa Bianca. Detta lista, attraverso
della cosìdetta “disposizione matrix”, include le risorse che
richiedono la localizzazione, la cattura e l’uccisione dei sospetti.
Durante l’amministrazione Obama si è anche approvata una legge che
permette al presidente di ordinare la detenzione di una persona in modo
indefinito per essere sospettata di appartenere ad organizzazioni
terroristiche o “forze associate”, un concetto vago e troppo ampio che
nega la presunzione di innocenza e legittima ogni tipo di abusi, negando
infine anche la libertà di espressione. Al momento un giudice federale
ha bloccato la suddetta legge. La amministrazione Obama sta per
concedere l’immunità formale alla CIA in due casi di omicidio in due
carceri segrete. Le vittime sono morte a causa della tortura. Le
strutture di potere ostacolano anche i diritti di Habeas Corpus dei
seimila prigionieri del carcere segreto di Bagram sotto comando
statunitense, così come i diritti dei torturatori di Guantanamo e delle
persone sequestrate e deportate da aerei della CIA in carceri stranieri,
per essere interrogate, a volte con violenza (rendition program). Come
indicava Adam Serwer in un articolo su Mother Jones “puoi torturare un
detenuto sotto tua custodia sino alla morte e uscirne impunito. Solo non
puoi parlarne”. Detto con le parole dell’ex presidente democratico
Jimmy Carter, “la violazione dei diritti umani internazionali da parte
degli Stati Uniti aiuta i nostri nemici e indebolisce i nostri amici.”
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