Le utilities in Germania, Italia e Usa sono
in difficoltà e la situazione per loro è destinata a peggiorare, anche
se proveranno a reagire. La forte penetrazione del fotovoltaico e delle
altre rinnovabili elettriche richiederà invece una profonda
trasformazione dei produttori di elettricità da fonti convenzionali
Un
articolo di Gianni Silvestrini pubblicato per la rivista mensile
'FotoVoltaici'.
Gli attacchi al fotovoltaico
aumentano di intensità, come ci ricorda il pamphlet di Chicco Testa
“Chi ha ucciso le rinnovabili?”. La motivazione ufficiale delle prese di
posizione, che provengono anche dai grandi media, riguarda l’incidenza
sulla bolletta elettrica di incentivi troppo alti. Ma è
la crisi dei conti economici delle utilities, con le centrali
elettriche in difficoltà anche per la crescita dell’elettricità verde, a
rappresentare la preoccupazione principale sottesa agli attacchi. Lo scricchiolio del sistema elettrico, impensabile fino a qualche anno fa, non riguarda peraltro solo l’Italia e la Germania, ma coinvolge ormai anche gli Usa.
Da noi incidono, oltre all’irruzione delle rinnovabili, il declino della domanda e l’eccesso di potenza
convenzionale installata. Nel 2012 il fabbisogno di elettricità, 325
TWh, era tornato sui livelli del 2004 e nel primo bimestre di quest’anno
si è registrata, a parità di calendario, un’ulteriore flessione del
3,7% rispetto ai valori del 2012. In questo contesto le quote di
elettricità solare ed eolica hanno costretto molte centrali a ciclo
combinato a lavorare meno di 2500 ore l’anno, a volte in perdita.
Negli Usa
ad essere messi in crisi dai 60 GW eolici non sono le centrali
alimentate a gas, visto che in quel paese il prezzo del metano è
crollato negli ultimi anni grazie al “fracking”, ma diversi impianti a
carbone e nucleari che in alcune ore sono costretti a vendere
elettricità a prezzi negativi. E la situazione negli Stati Uniti è
destinata ad aggravarsi nei prossimi anni per la forte crescita prevista
sia della potenza solare che di quella eolica.
La situazione della Germania è
ancora diversa. Qui aumentano rinnovabili, esportazioni e anche
carbone, mentre calano nucleare e gas, per le motivazioni che
spiegheremo più avanti.
In tutti i casi descritti le utilities sono in difficoltà e la situazione per loro è destinata a peggiorare. Secondo il rapporto “The unsubsidised solar revolution” pubblicato
dalla più importante banca svizzera, UBS, i prossimi anni vedranno una
rapida crescita del fotovoltaico in Europa anche in assenza di
incentivi. Lo studio analizza i casi di Germania, Italia e Spagna
stimando che nel 2020 ci potrebbero essere 43 GW fotovoltaici installati senza incentivi diretti, in parte accoppiati a sistemi di accumulo, con un incidenza sulla domanda elettrica compresa tra il 6 e il 9% (fig. 1).
Dunque, è comprensibile la reazione degli interessi colpiti.
In Germania si è tentato di mettere un tetto agli incentivi e di
colpire anche retroattivamente. Ma quello delle rinnovabili è diventato
un comparto ormai troppo forte e la proposta del Governo è stata
bocciata. In altri paesi, come Spagna, Grecia e repubblica Ceca, la
retroattività invece ha colpito. C’è dunque da aspettarsi qualche
tentativo del genere anche in Italia. Tutto dipenderà dal prossimo
governo.
Ma la riflessione di fondo va oltre il ruolo del fotovoltaico per investire il processo di radicale trasformazione del sistema elettrico
che, come abbiamo visto, comporta e comporterà traumi che occorrerà
gestire con intelligenza. Il mondo delle rinnovabili deve avanzare una
proposta ragionevole che tenga conto dell’intero quadro in movimento. E
una riflessione dovranno farla anche i grandi operatori per definire
nuove strategie.
Per capire cosa potrà succedere in Italia, è molto interessante analizzare l’evoluzione della “Energiewende”, la
trasformazione energetica avviata con grande determinazione in Germania
che abbina la sfida dell’abbandono del nucleare con quella della forte
riduzione delle emissioni climalteranti.
Intanto, iniziamo dalla storia di questo termine. La Energiewende
venne lanciata nel 1980 dall’Öko-Institut di Friburgo per indicare la
necessità del passaggio ad un sistema energetico senza atomo e senza
combustibili fossili. Accolta inizialmente con forte ostilità
dall’establishment, questa visione ha progressivamente preso piede e
adesso è stata fatta propria, con più o meno slancio, dall’intero
schieramento delle forza politiche.
Sono stati fissati obiettivi molto ambiziosi per il 2050,
con una riduzione delle emissioni dei gas serra dell’80-95% e con le
rinnovabili che dovrebbero coprire l’80% della domanda elettrica e il
60% dei consumi totali. Centrale in questa visione è la riduzione dei
consumi e energetici e il passaggio dal modello centralizzato a quello
decentrato del nuovo sistema energetico. In effetti, ci sono ormai più
di 1,3 milioni di impianti fotovoltaici in funzione, che sommati alle
migliaia di impianti eolici e a biomassa, stanno trasformando
completamente la fisionomia del mix produttivo.
Dopo l’incidente di Fukushima,
si è deciso di accelerare l’uscita dal nucleare, rendendo ancora più
ambiziosa la trasformazione energetica. La vera sfida della rivoluzione
in atto non consiste tanto nella crescita delle rinnovabili. La quale,
anzi, ha registrato una dinamica più rapida del previsto con il passaggio dal 6 al 25% in soli dieci anni
della quota di elettricità verde, percentuale che dovrebbe arrivare
almeno al 35% entro il 2020. I problemi aperti riguardano da un lato il
mix esistente di centrali, dall’altro l’adeguamento della rete.
L’analisi
modellistica effettuata da UBS indica, ad esempio, che la sola
espansione non sussidiata del solare comporterebbe al 2020 un calo medio del 10% del prezzo del kWh sul mercato elettrico,
con ulteriori difficoltà per gli operatori elettrici che si vedrebbero
dimezzare i profitti (Fig. 2). Da qui l’indicazione dell’Istituto
bancario a vendere le azioni di una serie di utilities tedesche
spiazzate dalle novità.
In questo quadro che succede delle centrali termoelettriche esistenti?
Per gestire la quota crescente di rinnovabili non programmabili, i
cicli combinati rappresentano l’abbinamento ideale, al contrario delle
centrali a carbone e a quelle nucleari che hanno tempi di variazione
della potenza piuttosto lenti. In questa fase però in Germania i cicli
combinati vengono spiazzati dalle rinnovabili e dal carbone. Nel 2012 la
produzione da carbone è infatti cresciuta a causa dei bassissimi valori
dei prezzi della CO2 sul mercato europeo dell’Emissions Trading e degli
alti prezzi del gas.
Sul lungo periodo tuttavia il ruolo dei combustibili solidi è destinato a calare (Fig.
3). Entro il 2020 verranno chiusi 18,5 GW, parzialmente sostituiti da
11,3 GW, sempre a carbone ma più efficienti, e le dismissioni
continueranno negli anni successivi. Non pare dunque esserci un grande
futuro per il carbone, anche perché il sequestro della CO2 che potrebbe
garantire uno spazio a questo combustibile sembra destinata ad un ruolo
molto modesto per l’opposizione dei Länder.
Resta la difficoltà dei cicli combinati.
Per garantire al gas nei prossimi decenni un ruolo importante e
complementare alla corsa delle rinnovabili, in Germania si sta
discutendo se introdurre un “capacity payment” o una “riserva
strategica”.
Ma per consentire la crescita delle rinnovabili occorrerà un notevole sforzo per potenziare e trasformare la rete elettrica e progettare la capacità di accumulo.
Si tratta, in effetti, della più importante sfida infrastrutturale in
Germania dal dopoguerra con investimenti che arriveranno a 200 miliardi
€.
Dunque, costi elevati per la transizione tedesca.
Occorre però osservare che l’impatto sulle bollette (5,3 c€/kWh a
gennaio 2013) è destinato a calare sul medio periodo e che sul lungo
termine la svolta sarà economicamente vantaggiosa per il paese.
E’ interessante, infine, notare come finora tutti i sondaggi diano un forte sostegno alla Energiewende,
anche perché questa scelta ha generato occupazione, 380.000 addetti
solo nel comparto delle rinnovabili, e la trasformazione vede coinvolta
direttamente una fetta importante della società, con milioni di
cittadini coinvolti. Sono in forte crescita anche gli esempi di
cooperative nella proprietà di nuovi impianti: il loro numero è passato
da 101 nel 2007 a 586 con 80.000 iscritti nel 2011.
Per finire un’occhiata agli scenari mondiali del fotovoltaico.
Quest’anno è prevista una leggera crescita in termini di potenza
istallata che potrebbe posizionarsi a 31-33 GW con la Cina al primo
posto (8 GW sembrano un risultato plausibile, anche se si parla di un
target di 10 GW), seguiti da Germania, Usa, Giappone e dall’Italia che
manterrebbe un onorevole quinto posto.
Il
comparto solare continuerà a crescere ed entro il 2017 la potenza
cumulativa fotovoltaica dovrebbe subire un altro raddoppio (vedi grafico
4)
Terminate
tra il 2013 e 2014 le dolorose ristrutturazioni della filiera solare,
la tecnologia si diffonderà in modo sempre meno dipendente dalle
incentivazioni in un numero crescente di paesi, candidandosi a diventare
la soluzione centrale della rivoluzione energetica nella seconda metà
del secolo.
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