domenica 30 marzo 2014

Disastri ambientali “rimossi”. Per continuare a fare soldi

Qualche settimana fa, in un silenzio quasi surreale da parte dei maggiori media, si è celebrato il terzo anniversario dell’incidente nucleare di Fukushima, avvenuto l’11 Marzo 2011
 
In realtà, al di là di qualche sporadica notizia, legata per lo più a eventi contingenti, pare che su tutta la faccenda sia stato steso un velo. Una brutta faccenda quella dell’incidente alla centrale nucleare giapponese. In primo luogo perché in pochi credevano che sarebbe potuto avvenire (e, invece, è avvenuto) e poi perché, nonostante l’impegno e la partecipazione di molti Paesi del mondo (forse interessati più ad evitare conseguenze ancora peggiori di quelle già disastrose che si verificarono nelle prime settimane che animati da puro spirito umanitario), la situazione in quella parte del Giappone non pare migliorare, anzi.
Pare che il dilemma, esclusivamente giornalistico e scientifico, se siano stati maggiori i danni causati dall’incidente nucleare di Cernobyl o quelli della centrale di Fukushima, sia stato definitivamente risolto: ha vinto il Giappone.
Senza contare che non si sarebbe ancora riusciti a risolvere in modo definitivo il problema dello spegnimento del reattore 3 (il più pericoloso dopo il terremoto). Nella sua vasca sono presenti 514 barre pari a 90 tonnellate di combustibile nucleare a base di plutonio con una temperatura eccessivamente elevata. Il rischio è che la temperatura salga eccessivamente con conseguente prosciugamento dell’acqua della vasca e con la fusione delle barre di combustibile. Ciò provocherebbe un nuovo disastro nucleare con il rischio che le correnti aeree potrebbero trasportare le radiazioni verso le coste occidentali del continente americano.
Ma esiste anche un altro motivo di preoccupazione: il cosiddetto “corium”, il combustibile fuso, potrebbe avere raggiunto le acque delle falde sotterranee, facendosi strada sia nell’interno che verso l’Oceano Pacifico.
Se a questo si aggiunge il rischio di far finire nell’oceano le acque utilizzate per il raffreddamento dei reattori lo scenario appare tutt’altro che tranquillizzante. Anzi proprio quest’ultimo problema pare sia quello che desta maggiori perplessità. La Tepco, la società proprietaria della centrale nucleare, ha proposto di scaricare nell’oceano Pacifico le circa 380.000 tonnellate di acqua radioattiva finora accumulate nei serbatoi costruiti attorno alla centrale con tre reattori in meltdown. Il problema è che queste acque sarebbero non completamente decontaminate. L’acqua versata sui reattori infatti entra in contatto con il materiale radioattivo e diventa a sua volta radioattiva. Viene poi sottoposta ad una decontaminazione che però riguarda soprattutto il cesio, l’elemento radioattivo più abbondante. Altri elementi radioattivi, come il trizio e lo stronzio, presenti in quantità minori permangono. Alla fine dello scorso anno l’Iaea, dopo un sopralluogo sul posto ha affermato che quella proposta dalla Tepco potrebbe essere una “possibilità”.
In realtà la situazione delle acque intorno al Giappone è già grave dato che ogni giorno vengono scaricate nel Pacifico 300 tonnellate di acqua della falda sotterranea contaminate dalla radioattività di Fukushima (ultimamente si è parlato di una quantità ancora maggiore, 400 tonnellate al giorno). Senza considerare che la radioattività non è ”solubile”, non si diluisce omogeneamente nella vastità dell’oceano. Al contrario tende ad essere assorbita dalle piante e dai pesci ed entra nella catena alimentare dove rimane per tempi lunghissimi.
Molto è stato detto circa le procedure inadeguate adottate dall’impianto di Fukushima, prima, durante e dopo il disastro. E molto è stato scritto poco dopo l’incidente circa la convenienza o meno di produrre energia, in Giappone come in altre parti del mondo, ricorrendo al nucleare.
In realtà se, da una parte, è noto a tutti che le energie rinnovabili (solare, eolico e geotermico, in primis) sono sottoutilizzate (forse anche a causa della pressione esercitata da Paesi che hanno basato la propria economia sull’estrazione di combustibili fossili, gas e petrolio); dall’altra, troppo poco è stato detto circa le conseguenze che potrebbe avere sulla vita di tutti il ricorso a fonti energetiche come il nucleare. Pare, infatti, che la lezione conseguenza dell’incidente di Cernobyl sia stata dimenticata. E mentre ancora non è possibile stimare quali saranno i danni causati dall’impianto della Tepco (secondo alcune stime approssimative solo per bonificare Fukushima saranno necessari 11miliardi di dollari, che nessuno dice chi dovrà pagare, e certamente diversi decenni), ancora una volta pare che i politici non abbiano compreso i rischi che il ricorso al nucleare comporta. Rischi che riguarderebbero non solo il Giappone, ma molti Paesi: “Le radiazioni causate dai guasti dei bacini di combustibile esaurito in caso di un altro sisma potrebbero raggiungere la West Coast in pochi giorni. Il che fa sì assolutamente che il contenimento sicuro e la protezione di questo combustibile esaurito sia un problema di sicurezza per gli Stati Uniti”. L’esperto nucleare Arnie Gundersen e il medico Helen Caldicott hanno entrambi affermato che, se una delle piscine di stoccaggio del combustibile di Fukushima dovesse collassare, la gente dovrebbe evacuare l’Emisfero Settentrionale del pianeta. Non a caso l’ex consulente dell’ONU, Akio Matsumura, ha definito la rimozione dei materiali radioattivi dai bacini del combustibile di Fukushima “una questione di sopravvivenza umana”.
Il 24 marzo 2014 si è celebrato anche un altro anniversario: 25 anni fa, il 24 marzo appunto, è avvenuto il disastro della Exxon Valdez. Una petroliera versò più di 11 milioni di galloni di greggio nel mare intorno l’Alaska, ricoprendo 1.300 miglia di costa. Il ripetersi di questi incidenti pare stia diventando una costante e solo una forte pressione mediatica ha impedito che si diffondessero. Solo pochi giorni fa, un’altro incidente analogo ha caratterizzato le acque statunitensi: il rimorchiatore Miss Susan, che trasportava 924.000 galloni di combustibile pesante, ha urtato contro una nave battente bandiera della Liberia, versando decine di migliaia di galloni di carburante e costringendo a chiudere la via navigabile. Dai documenti ufficiali pare che, negli ultimi 12 anni, il rimorchiatore Miss Susan era già stato coinvolto in ben 20 incidenti segnalati alla Guardia Costiera, a volte proprio mentre trainava chiatte contenenti petrolio o bitume.
Anche la BP pare essere tornata sul luogo dove quattro anni fa causò quello che molti hanno indicato come il peggiore disastro ambientale della storia degli Stati Uniti. Proprio nei giorni scorsi infatti pare che BP abbia firmato un accordo con l’Environmental Protection Agency per rimuovere il divieto, impostole nel 2012 (quell’anno l’agenzia americana per la protezione ambientale concluse che BP non aveva provveduto a risolvere problemi che avevano portato all’esplosione del 2010 che uccise 11 persone, riversando milioni di litri di petrolio nell’Oceano e contaminando centinaia di chilometri di spiagge). BP tornerà nel Golfo del Messico a cercare petrolio e a scavare sul fondo dell’Oceano grazie a nuovi contratti di sfruttamento.
E anche il Giappone pare non aver compreso le conseguenze derivanti dalla politica energetica adottata: il governo di Shinzo Abe ha annunciato che tornerà al nucleare (dimenticando la promessa dell’ex premier Naoto Kan, che nel 2012 aveva assicurato un «Giappone nuclear-free» entro il 2040). Non solo, ma per farlo, tornerà ad avvalersi dei servizi della Tepco (Tokyo Electric Power Company).
La verità è che, come per la Exxon e per la BP, così per la Tepco (che è la più grande compagnia elettrica del Giappone e la quarta al mondo), quando un Paese si trova di fronte un colosso economico, che, nonostante enormi perdite (ha collezionato perdite nette per oltre 27 miliardi dollari senza contare il risarcimento, la decontaminazione delle aree colpite e lo smantellamento dei reattori) continua a godere del sostegno finanziario delle maggiori banche del mondo, allora è molto difficile dimenticare l’influenza che questi “mostri” possono esercitare sulle scelte politiche.
E allora è possibile che un Paese si dimentichi di ciò che è avvenuto, e sta ancora avvenendo, a Fukushima e consegni la vita di milioni di cittadini nelle mani di queste società non una volta, ma 17. Tanti saranno, infatti, i reattori nucleari gestiti dalla Tepco in Giappone (tra cui la Centrale elettrica di Kashiwazaki Kariwa, la centrale nucleare più grande al mondo).

C.Alessandro Mauceri

Energia nucleare? No, grazie! - L’incidente di Three Mile Island

Il più grave incidente nucleare nella storia degli Stati Uniti, 35 anni fa, che nessuno capì per molte ore e che bloccò lo sviluppo delle centrali americane per decenni

 Nei cinema americani, negli ultimi giorni di marzo del 1979, era in programmazione un thriller di James Bridges, Sindrome cinese. Racconta la storia di un giornalista televisivo che scopre un tentativo di insabbiamento di gravi rischi per la sicurezza in un impianto nucleare. Durante il film, uno scienziato descrive gli effetti catastrofici di un incidente dicendo che «potrebbe rendere inabitabile un’area grande come la Pennsylvania». Fu un film di un certo successo – nel cast ci sono Jane Fonda, Michael Douglas e Jack Lemmon – che fu nominato per diversi Oscar e, pochi giorni dopo la sua uscita, avvenne a Three Mile Island il peggior incidente avvenuto nella storia dell’energia nucleare civile prima di Chernobyl e Fukushima.
Al centro della storia
Il secondo reattore (“Unit 2″) dell’impianto nucleare di Three Mile Island, una decina di chilometri a sud di Harrisburg, capitale della Pennsylvania, era stato inaugurato il 19 settembre 1978. Alla cerimonia aveva partecipato anche il vicesegretario per l’Energia John F. O’Leary, un convinto sostenitore dell’energia nucleare nell’amministrazione Carter, che dopo un discorso in cui definì il nuovo impianto «uno scintillante successo» se ne partì dalla Pennsylvania con un fermacarte a forma della centrale di Three Mile Island, che per molti mesi rimase sulla sua scrivania di Washington. Quando cominciò a produrre elettricità per la rete commerciale, il 30 dicembre 1978, l’impianto sulle rive del fiume Susquehanna era il 72esimo reattore per la produzione di energia elettrica ad entrare in funzione negli Stati Uniti.
Tre mesi dopo successe qualcosa che fece scomparire il fermacarte dalla scrivania di O’Leary, già importante dirigente dell’Atomic Energy Commission – e diede un durissimo colpo alla diffusione dell’energia nucleare negli Stati Uniti.


Al centro della storia c’è il reattore ad acqua ad alta pressione dell’Unità 2 – una sorta di idolo tecnologico moderno, che incute insieme soggezione per la sua complessità e paura per la sua potenza. È un cilindro di acciaio costruito dalla Babcock & Wilcox, con pareti di metallo spesse tra i venti e i trenta centimetri, pesante quattrocento tonnellate, alto dodici metri e largo cinque. Al suo interno c’è il nocciolo: l’uranio è in piccole palline collocate in barre circolari di una lega speciale a base di zirconio – in un reattore come quello di Three Mile Island ce ne sono circa quarantamila – inserite verticalmente nel reattore e concentrate in uno spazio di circa quattro metri per quattro.
Nel nocciolo avviene un procedimento fisico che l’uomo ha scoperto e cominciato a sfruttare da meno di cento anni: la fissione nucleare. Un elemento particolarmente pesante, l’uranio, si divide in due nuclei più leggeri liberando energia. Nel processo di fissione di un atomo di uranio vengono liberati anche un piccolo numero di neutroni, uno o due, che in particolari circostanze possono essere utilizzati per “rompere” altri atomi di uranio. Questo processo è chiamato “reazione a catena” e, quando un reattore ha abbastanza uranio al suo interno da sostenerla, si dice che “diventa critico”. L’unità 2 di Three Mile Island divenne critica esattamente un anno prima dell’incidente, anche se cominciò la produzione di elettricità per uso commerciale alcuni mesi più tardi.
I neutroni emessi durante la fissione sono sono troppo veloci, e per innescare altre fissioni hanno bisogno di essere rallentati da un “moderatore”. Per farlo si utilizzano diversi materiali, solitamente grafite o, nel caso del reattore di Three Mile Island, acqua distillata con una piccola aggiunta di acido borico. Questa scorre attraverso il reattore a circa trecento gradi e, perché non si trasformi in vapore, deve essere tenuta ad altissima pressione. Il moderatore si riscalda all’interno del reattore, assorbendo il calore generato dalla fissione nucleare. Al di fuori, l’acqua ad alta pressione cede calore al refrigerante, poi rientra nel reattore in un sistema a circuito chiuso azionato da quattro pompe, ciascuna così potente da aver bisogno di tanta elettricità quanto una piccola cittadina.
Nel reattore come quello al centro della nostra storia, sia il refrigerante che il moderatore sono costituite da acqua. Il refrigerante assorbe il calore del moderatore e circola in un circuito separato, e – con qualche complicazione che qui non ci interessa – muove le grandi turbine che generano elettricità.
Intorno al reattore, chilometri e chilometri di tubi e centinaia di chilometri di cavi elettrici lo fanno funzionare e alimentano una lunga serie di sistemi di controllo. Nelle prime ore del 28 marzo 1979, il reattore nucleare dell’Unità 2 stava lavorando in modalità automatica al 97 per cento della sua capacità. Il vicino reattore gemello, l’Unità 1, era spento da un mese e mezzo per la sostituzione del combustibile nucleare e, dopo una serie di test di controllo, sarebbe stato riacceso qualche tempo dopo.

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L’incidente
Dalle undici di sera del 27 marzo 1978, nella stanza di controllo dell’Unità 2 di Three Mile Island c’erano Craig Faust e Edward Frederick, entrambi con un diploma di scuola superiore e con esperienza sui sottomarini nucleari della Marina americana. La stanza di controllo è una grande sala con centinaia di indicatori su decine di pannelli, in cui le ore passavano solitamente tranquille. Un interfono che restituiva voci gracchianti e distorte metteva in comunicazione i tecnici con l’Unità 1 e con il mondo esterno.
Il responsabile del turno di notte, che sarebbe finito alle sette del mattino, era William Zewe, che aveva un curriculum simile a quello di Faust e Frederick e stava nel suo ufficio a fianco della stanza di controllo, sommerso dalle carte. La squadra di Zewe era composta da sedici persone, il personale standard per il funzionamento quotidiano di un reattore di quel tipo. In una struttura grande come un centro commerciale – come l’Unità 2 – l’impressione era che la centrale funzionasse da sola.
Due tecnici addetti alle riparazioni si trovavano nei sotterranei per un intervento di ordinaria manutenzione: un piccolo tubo nell’impianto di raffreddamento secondario si era otturato. Nonostante oltre dieci ore di lavoro, però, l’inconveniente non era ancora stato risolto, e il caposquadra Frederick Scheimann scese poco prima delle 4 del mattino a controllare la situazione. Era appena salito sopra una conduttura quando cominciò a sentire, raccontò, «forti rumori come quelli di un tuono, come se ci fosse qualche treno merci». Un altoparlante annunciò: «Problema alla turbina, problema al reattore». Era la voce di Zewe. Scheimann si precipitò nella sala di controllo, dove pulsavano da pochi istanti decine di luci.
Un errore umano o dell’impianto elettrico – non si è mai capito con certezza – aveva accidentalmente interrotto il funzionamento di una pompa e quindi il flusso d’acqua nel reattore, causando un surriscaldamento del refrigerante principale. Gli impianti automatici se ne erano accorti e avevano attivato l’immediato spegnimento della turbina e del reattore nucleare dell’Unità 2, insieme a una complessa serie di impianti automatici di emergenza. Circa un secondo dopo, tre pompe d’acqua di emergenza entrarono in funzione per compensare l’interruzione del flusso, come previsto dai progettisti dell’impianto. Trentasette secondi dopo le 4 del mattino di quel 28 marzo, qualcosa andò storto.
Una catena di errori
Nel reattore, la brevissima interruzione fu sufficiente a causare uno sbalzo nella pressione dell’acqua presente all’interno. Una valvola di sfogo si aprì per eliminare la pressione in eccesso, ma rimase bloccata in posizione aperta: di conseguenza, l’acqua del reattore prese a uscire al ritmo di circa 800 litri al minuto e a scaricarsi in un serbatoio. Avrebbe continuato a farlo per oltre due ore, invece dei dieci secondi previsti dai progettisti. Incidentalmente, anche le tre pompe di emergenza avevano un problema: due delle valvole che permettevano all’acqua di raggiungere parti del sistema di raffreddamento principale erano rimaste chiuse, forse durante alcuni interventi di manutenzione nei giorni precedenti. Anche le pompe di emergenza, insomma, non furono completamente efficaci.
Ma una centrale nucleare tende a non lesinare nei sistemi di sicurezza, almeno sulla carta, e dopo due minuti dall’inizio dell’incidente entrarono in funzione altre due pompe di un sistema ad alta pressione che avrebbe potuto compensare l’acqua che si continuava a perdere dal reattore attraverso la valvola bloccata, mantenendo il nocciolo adeguatamente avvolto nell’acqua e quindi raffreddato. Gli impianti automatici stavano facendo il loro lavoro per limitare le conseguenze.
Il personale della centrale decise invece di spegnere le due pompe aggiuntive. Non solo, ma con un’altra mossa che aggravò la situazione decisero anche di aprire un sistema di scolo per togliere altra acqua dal reattore. Letta in una ricostruzione lineare e posteriore degli eventi, queste azioni sembrano pure mosse suicide, ma in realtà il personale stava cercando di gestire al meglio la situazione in base alla propria limitata esperienza.
Quello che era successo – e che fu decisivo nel rendere l’incidente, di per sé non troppo grave, il più grave nella storia del nucleare civile fino ad allora – era che la strumentazione della sala di controllo era stata letta erroneamente e i tecnici avevano capito che nel reattore ci fosse troppa acqua di raffreddamento e non troppo poca. Tra gli indicatori non ce n’era uno unico e chiaro della quantità di acqua di raffreddamento nel reattore: il personale era stato istruito a stimarla da un altro indicatore, quello che monitorava la quantità di acqua nel pressurizzatore – un serbatoio separato e che era collegato con il sistema di raffreddamento primario. Se il pressurizzatore era pieno, avevano imparato i tecnici, anche il reattore lo era.
L’unico particolare che poteva far loro pensare a una lettura diversa della situazione era il termostato della valvola bloccata, che continuava a segnalare una temperatura decine di gradi superiori alla norma. Ma un altro strumento diceva che alla valvola era stato inviato da tempo il comando di spegnersi, e Zewe decise di ignorare quell’indicazione. Il serbatoio dove si raccoglieva l’acqua che fuoriusciva dalla valvola bloccata si riempì intorno alle 4.20; l’acqua ruppe il tappo e cominciò ad allagare il pavimento della stanza del reattore, ma quando entrarono in funzione le pompe per drenare quell’acqua tutti i tecnici presenti furono d’accordo nel credere che si trattasse di un errore della strumentazione e le fecero spegnere.
Nessuno, tra il personale presente a Three Mile Island quel giorno, era un ingegnere nucleare – se è per questo, nessuno era neppure diplomato al college. La Nuclear Regulatory Commission, che nel 1975 aveva sostituito il precedente organo di controllo del nucleare americano, l’Atomic Energy Commission, richiedeva soltanto che il personale avesse frequentato il corso formazione di un anno organizzato dalle società stesse che gestivano le centrali – nel caso di Three Mile Island, la Metropolitan Edison – che si concentrava soprattutto sull’ordinaria amministrazione. Nessuno aveva le competenze necessarie a gestire complicate e rischiose situazioni di emergenza.
Nelle prime ore del mattino del 28 marzo, la valvola rimasta bloccata aperta continuò a far defluire centinaia e centinaia di litri d’acqua dal reattore. La temperatura nell’edificio del reattore salì dai circa cinquanta gradi usuali a oltre 75, così come fece la pressione atmosferica. La squadra di Zewe, tenendo d’occhio solo la situazione nel pressurizzatore e ingannata dalla strumentazione, smontò ancora all’oscuro di questo fatto cruciale, che venne scoperto e risolto solo per un’intuizione dal responsabile del turno successivo Brian Mehler. Mehler era arrivato sulla scena verso le sei del mattino e, dopo una ventina di minuti, aveva preso la prima decisione giusta della giornata: mandare un nuovo comando di chiusura alla valvola, perché la sua temperatura era troppo alta. Il deflusso di acqua dal reattore venne sistemato solo alle 6.22 del mattino.
Nella sala di controllo, a quell’ora, c’erano già parecchi tecnici della centrale. Erano cominciate le telefonate tra i responsabili della centrale e gli alti dirigenti della Metropolitan Edison. Tutti cercavano di capire che cosa stesse succedendo nella stanza del reattore, il centro di tutta la storia, su cui si potevano avere informazioni solo attraverso gli strumenti e dove nessun essere umano sarebbe entrato fino a più di un anno dopo.
Nel grande cilindro di acciaio del reattore, rimasto privo di un adeguato raffreddamento, era cominciata la fusione del nocciolo. L’acqua aveva continuato a perdere gradualmente pressione e si era trasformata in vapore rovente, che avvolse le barre di uranio e rese molto più difficile il raffreddamento per le ore successive. Molti sistemi di controllo e di emergenza, descrissero i testimoni, sembrarono non funzionare o funzionare male proprio nel momento del bisogno. Alle 7.24 del mattino, poco dopo l’arrivo del direttore dell’impianto Gary Miller, i tecnici dovettero dichiarare la prima “emergenza generale” nella quasi trentennale storia del nucleare civile americano. Provarono a chiamare subito la Nuclear Regulatory Commission, ma a quell’ora del mattino negli uffici di Philadelphia non c’era nessuno, e dovettero lasciare un messaggio nella segreteria telefonica.
Il surriscaldamento delle barre di uranio, che dopo circa un’ora dall’inizio dell’incidente erano per metà scoperte, portò al loro scioglimento e al rilascio di grandi quantità di materiale radioattivo. Circa un terzo del nocciolo, venne stimato successivamente, si era letteralmente sciolto. Migliaia di litri di acqua provenienti dal reattore vennero pompati “per errore” – il personale disse di non essersi reso conto della contaminazione – in un altro edificio meno sicuro rispetto a quello principale.
Di tutto questo, i tecnici della sala di controllo non erano ancora a conoscenza nel pomeriggio del 28 marzo, oltre dieci ore dopo l’inizio dell’incidente. Presero alcune decisioni per cercare di riportare la pressione del reattore a livelli normali, ma senza aver capito bene che cosa fosse successo fino a quel momento. I tecnici nella sala di controllo e gli ingegneri venuti ad aiutarli agirono per diverso tempo senza una strategia precisa e provando diverse opzioni perché tutte le altre si erano esaurite. Il raffreddamento forzato del reattore venne ristabilito solo intorno alle otto di sera del 28 marzo, dopo molte ore di tentativi. Sarebbe andato avanti per diverse settimane.
Un brusco risveglio
Passarono due giorni e nessuno sembrava essersi reso conto, né all’impianto né alla NRC, della gravità dell’incidente. Poi, rapidamente, la situazione precipitò. Il 30 marzo arrivarono i risultati delle analisi di un campione di un centinaio di grammi d’acqua presi dall’edificio del reattore, che mostrarono livelli di radiazione spaventosi. L’idea che il reattore fosse rimasto stabile, o al massimo una barra di uranio su cento avesse subito qualche “crepa” – come descrisse la situazione il presidente della NRC ad alcuni membri del Congresso il 29 marzo – doveva essere scartata per affrontare la rischiosa realtà: che parte del reattore si fosse danneggiata gravemente e che tenerlo sotto controllo sarebbe stato tutt’altro che scontato.
Fino ad allora, la possibilità di una fusione parziale del nocciolo sembrava un’ipotesi di fantascienza, il risultato quasi impossibile di una catena di eventi statisticamente improbabili. Ma i dati mettevano davanti solo una possibile descrizione di che cosa fosse successo dentro il grosso idolo di metallo.
Da Three Mile Island arrivavano altre cattive notizie: c’erano state fuoriuscite improvvise di gas radioattivi dall’Unità 2 e il vento le stava portando verso i paesi vicini alla centrale. I tecnici della NRC presero ad analizzare nuovamente i dati in loro possesso e conclusero che nella parte alta del reattore, probabilmente, si era formata un’inattesa bolla di idrogeno, che si stava lentamente gonfiando. Per diverse ore, durante le quali ci furono consultazioni frenetiche con i maggiori esperti del paese in materia di energia nucleare, nessuno seppe dire se ci sarebbe stato ossigeno sufficiente a scatenare un incendio o un’esplosione nel reattore, potenzialmente devastante.
Le autorità statunitensi e della Pennsylvania cominciarono a preparare piani di evacuazione e dissero alla popolazione che quella evacuazione si sarebbe potuta rendere necessaria. Centoquarantamila persone abbandonarono le loro case nel fine settimana del 31 marzo e primo aprile. Parte della durevole influenza che l’incidente di Three Mile Island ebbe sull’opinione pubblica americana fu dovuta anche agli annunci discordanti delle autorità, che cominciarono con il minimizzare l’incidente e poco più tardi – come fece il governatore della Pennsylvania Richard Thornburgh la sera del 30 marzo – invitarono madri incinte e bambini in età prescolare a lasciare la zona.
Ma la sera del primo aprile l’allarme causato dall’idrogeno sembrò rientrare. Nuovi calcoli e analisi tecniche mostrarono che non solo non c’era ossigeno sufficiente a scatenare un’esplosione, ma l’idrogeno stesso poteva essere rimosso con relativa facilità. Il presidente Carter in persona – un ingegnere nucleare di formazione – andò in visita a Three Mile Island cinque giorni dopo l’incidente, il che contribuì a tranquillizzare la situazione. Ci volle ancora quasi un mese, fino al 27 aprile, prima che il reattore fosse pienamente sotto il controllo dei tecnici e che potesse essere avviato uno spegnimento controllato. Il reattore dell’Unità 2 non è stato mai più riacceso, mentre il reattore dell’Unità 1 riprese le operazioni terminati i test ed è tuttora attivo.
Le conseguenze
Secondo le prime indagini successive, non venne dispersa nell’ambiente una quantità di materiale radioattivo tale da destare preoccupazione. L’interno dell’edificio di contenimento del reattore e un’altra struttura vicina, però, erano allagati con circa quattromila metri cubi d’acqua altamente radioattiva. Quello che distingue l’incidente di Three Mile Island dai due disastri successivi di Chernobyl e di Fukushima è che, a differenza degli ultimi due casi, l’edificio che contiene il reattore non venne danneggiato, e questo permise di mantenere all’interno quasi tutte le radiazioni.
L’opinione pubblica degli Stati Uniti reagì all’incidente in modo estremamente negativo per l’industria nucleare: per molti anni non volle saperne di costruire nuove centrali e nessuna venne autorizzata tra l’inizio del 1979 e il 2012, mentre diverse in costruzione al momento dell’incidente vennero bloccate. Molti sottolinearono che l’incidente di Three Mile Island era stato una conseguenza di scarsa preparazione tecnica, errori umani e cattiva regolamentazione del settore. La sicurezza degli impianti era lasciata largamente all’iniziativa delle società di gestione, mentre le autorità di controllo si erano dimostrate molto spesso inclini a minimizzare i rischi – in modo non troppo differente da quanto è stato rilevato di recente per il settore nucleare in India.
Un rapporto della Union of Concerned Scientists pubblicato il 26 gennaio 1979 raccomandava la chiusura di 16 delle circa settanta centrali nucleari americane per una serie di lavori di ristrutturazione: tra le sedici c’era anche il reattore 2 della centrale di Three Mile Island. Nelle indagini successive venne fuori che modifiche all’impianto in costruzione erano state richieste, ma non messe in pratica, fin dalla fine degli anni Sessanta.
Nel 1981, introducendo una dettagliata ricostruzione dell’incidente per il New Yorker, lo scienziato Daniel Ford scrisse: «Viste le scorrettezze regolamentari prima dell’incidente e i numerosi avvertimenti sui punti deboli nella sicurezza degli impianti, a lungo disponibili per le autorità federali, resta qualche dubbio sul fatto che l’episodio a Three Mile Island debba, in senso stretto, essere chiamato davvero “incidente”.»
Le operazioni di bonifica della struttura cominciarono subito e sono finite ufficialmente nel 1993. Tutto il carburante nucleare nel reattore è stato rimosso e portato in un deposito federale in Idaho. Le operazioni di bonifica sono state lunghe e costosissime. Peter Bradford, un ex membro della Commissione di Controllo sul Nucleare statunitense, disse al New York Times: «Il durevole insegnamento di Three Mile Island a Wall Street è stato che un gruppo di società che gestiscono reattori autorizzati, né migliori né peggiori di altri, possono trasformare un patrimonio di 2 miliardi di dollari in un lavoro di bonifica da 1 miliardo in più o meno novanta minuti».
Ufficialmente, nessun essere umano si è fatto del male nell’incidente del 28 marzo 1979. Nel 2008, l’istituto della sanità americano (NHI) concluse, al termine di uno studio sull’incidenza dei tumori alla tiroide nelle aree vicine alla centrale, che in due contee adiacenti a quelle della centrale si è osservato un aumento dei casi tumorali a partire rispettivamente dal 1990 e dal 1995, oltre dieci anni dopo l’incidente. In alcuni anni, nota lo studio, c’è stata una crescita del 50 per cento rispetto alle attese, ma «questi risultati, ad ogni modo, non forniscono un nesso causale con l’incidente di TMI.»

Giovanni Zagni



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La NASA vuole catturare un asteroide e portarlo sulla Luna

Entro il 2025 la NASA ha in programma una missione in cui si cercherà di catturare un piccolo asteroide o staccarne un pezzo da uno gigante, e trasportarlo in orbita vicino alla Luna

 

Catturare un asteroide e spostarlo in orbita intorno alla Luna: è questo il piano ambizioso della NASA, che secondo il responsabile Charles Bolden costituirebbe il primo passo verso la colonizzazione di Marte. I motivi sono molteplici, come spiega il capo dell'agenzia spaziale statunitense.
Innanzi tutto una missione del genere è un passo importante per testare i sistemi di propulsione e altre tecnologie che potrebbero aiutarci ad arrivare su Marte. Inoltre sarebbe un'occasione per raccogliere maggiori informazioni sul sistema solare primordiale (che si celano appunto negli asteroidi, oltre che nelle comete), oltre che per sperimentare tecniche di estrazione di materiali dagli asteroidi.


Al lavoro su un asteroide

Bolden sottolinea che nonostante la missione sia ambiziosa, il focus deve rimanere Marte, e la cattura di un asteroide si riduce a un banale passaggio intermedio. La curiosità però non si smorza. Gli scienziati della NASA hanno già  individuato alcuni asteroidi che potrebbero essere catturati e trascinati in un'orbita stabile intorno alla Luna. La prima opzione al vaglio è quella di staccare un masso da un grande asteroide e trasportarlo nell'orbita desiderata.



L'alternativa è quella di prendere di mira un asteroide che sia già di piccole dimensioni, prenderlo "al lazo" e depositarlo nell'orbita stabile. Solo dirlo sembra fantascienza, probabilmente metterlo in pratica creerà più problemi di quanti non se ne vogliano ammettere.
In ogni caso la missione è in programma entro il 2025. Uno dei candidati per i primi test potrebbe essere la capsula Orion, che farà il primo test di volo entro fine anno e dovrebbe partire per il primo volo con equipaggio nel 2021. Qualcuno vuole salire a bordo?


Elena Re Garbagnati

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Se il tuo PC è particolarmente lento, potrebbe essere spiato

A volte il pc risulta estremamente lento, poi ci accorgiamo che sta faccendo uno dei soliti aggiornamento-dati di routine. Tutto  normale? In genere sì. Ma non sempre, o almeno non sempre per tutti.  
 
La Nsa, l’agenzia di intelligence degli Stati Uniti, utilizza su larga scala dei software dannosi, dei malware con cui effettua attività di monitoraggio. L’agenzia, le cui attività di sorveglianza sono regolarmente fonte di rivelazioni, ha sviluppato dei malware informatici che vengono utilizzati su larga scala e che permettono di “piratare” i dati di milioni di computer, come dicono gli ultimi documenti di Edward Snowden. 
 
 Secondo i nuovi report presentati dall’ex consulente della Nsa e pubblicati mercoledì scorso sul sito della Intercept, rivista online dall’ex giornalista del “Guardian” Glenn Greenwald, la Nsa ha impiantato in milioni di computer dei malware che vengono utilizzati per rubare i dati provenienti dalle reti telefoniche e dalla rete Internet all’estero.
Questo software, originariamente destinato solo a qualche centinaio di obiettivi che non potevano essere controllati con i normali mezzi convenzionali, è stato esteso «su scala industriale», secondo i documenti pubblicati da Greenwald. Il sistema di raccolta automatica dei dati – tramite un dispositivo chiamato “Turbina” – permette alla Nsa un minimo utilizzo dell’intelligenza umana. I dati raccolti vengono elaborati negli uffici centrali della Nsa, in Maryland (Stati Uniti orientali), ma anche nel Regno Unito e in Giappone. L’agenzia di controllo britannica, la Gchq,  sembra aver svolto un ruolo molto importante in questa operazione. Il candidato scelto da Barack Obama per dirigere la Nsa, Michael Rogers, ha spiegato di volere «più trasparenza» nelle azioni dell’agenzia di informazioni americana.In certi casi, la Nsa usa Facebook come esca per infiltrare dei virus o dei cookies nei computer dei “bersagli” per rubare i file. Il software, che può essere installato in soli 8 secondi, può anche registrare le conversazioni dal microfono del pc o scattare foto con la webcam dello stesso computer. Questo software esiste dal 2004, ma sembra che venga utilizzato su larga scala dal 2010. Alla domanda di un giornalista di “Apf”, un funzionario della Nsa ha detto che queste operazioni sono state condotte «al solo scopo di contro-spionaggio o di spionaggio effettuato all’estero su affari nazionali o dipartimentali, e nient’altro». Questo è il primo documento pubblicato da Glenn Greenwald da quando lavora nel gruppo mediatico “First Look Media”, lanciato dal fondatore di eBay, Pierre Omidyar.

"UFO fenomeno reale" ? Ma non è questo il punto!

aeronautica militarealieni

445 casi ufologici ufficiali, registrati dal 1972 ad oggi dall'Aeronatica Militare italiana fanno gridare a qualcuno che il fenomeno UFO è reale. Ma và!? Ma perchè c'era ancora qualche dubbio? 

Anche i scettici più incalliti hanno riconosciuto l'esistenza del fenomeno UFO, nel significato più stretto del termine, cioè oggetto volante non identificato. Il problema è un altro! E' ora di fare il salto di qualità. Alla luce dei vari documenti disponibili tipo BLUE PLANET PROJECT e altri, è ora di cominciare a parlare chiaro. Basta con i stantii congressi fatti da centri ufologici (leggi massonici) diretti da gente di bassa levatura etica, spirituale e morale, ignoranti come le capre. Bisogna iniziare un nuovo corso: bisogna parlare chiaro e dire alla gente che gli ALIENI SONO TRA NOI, altro che UFO, altro che sterili rapporti di avvistamento di lucine più o meno appariscenti e conseguenti presentazioni in Power Point barbose che fanno e non fanno vedere, che dicono e non dicono. "La Terra è visitata dagli alieni da almeno 50000 anni", così esordisce un manuale della US Air Force dato in dotazione agli aspiranti piloti da caccia statunitensi, pubblicato anche su questo blog nel mese di maggio del 2012 . Gli alieni lavorano presso strutture militari super segrete spiega il Blue Planet Project. Basta parlare di UFO, iniziamo a parlare di extraterrestri, senza peli sulla lingua, e pazienza se c'è ancora qualcuno che storce il naso perchè preferisce ancora il vecchio modello culturale in cui l'essere umano è al centro dell'universo e "vive in universo piatto". E' un modello superato! L'umanità non  solo non è al centro dell'universo,  ma è solo una delle miliardi di miliardi di umanità che lo popolano, e neanche tanto evoluta. Esistono altre forme umane intelligenti che popolano i pianeti e le stelle che ci circondano, e non solo, ci sono  esseri che vivono anche nelle altre dimensioni. I VEDA lo dicono da oltre 5000 anni!  E per favore non venitemi più a dire - "Ma se gli alieni esistono, non possono arrivare qui da noi perchè non si può superare la velocità della luce"  cercate su Google o You Tube - NASA e motori a curvatura  energia Punto Zero - - Michiu Kako e viaggio a curvatura - e scoprirete che anche la scienza ufficiale sta lavorando a questo tipo tipo propulsione. E se fra qualche anno questa tecnologia sarà a disposizione degli abitanti della Terra figuriamoci quante altre civiltà più avanzate della nostra  non solo dispongono di questa tecnologia, ma  quanto possano averla perfezionata. Insomma per chiudere in bellezza " I TEMPI SONO MATURI"  per parlare al gente non di UFO ma  di extraterrestri e chi non vuole farlo"Peste lo colga!"


Oliviero Mannucci

3000 Mile Wide Disc Caught By ISS?



Ok, this image was released by the Brasilia Planetarium recently and seems to show a massive disc shaped object stationed above the Earth. The disc is estimated to be around 3-5 thousand miles in diameter. If you look at the bottom left of the image you can see a cloud formation passing over the top of the anomaly, this indicates that the object is not a projection onto the earth. I have no idea what this object is, i can only speculate at this point. I have contacted the Planetarium for further clarification regarding the slide, and will post an update when I get an answer.

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UFO Rare Amorphous Over Tijuana Mexico- OVNI Raro Y Amorfo 28/03/2014




venerdì 28 marzo 2014

Nucleare? No, grazie! - Fukushima, un incidente dietro l’altro

La Tepco ha sottovalutato l'esposizione alle radiazioni di 142 “liquidatori”

 
La Tokyo Electric Power Company (Tepco)   ha fermato una delle 3 linee del sistema di trattamento centrale delle acque di Fukushima Daiichi  e dice che l’Advanced Liquid Processing System (Alps) della Processing System avanzato liquidi, o ALPS, è stato chiuso dopo che i “liquidatori” «Hanno trovato possibili segni di anormalità nell’acqua da immettere nell’impianto. L’acqua è risultata particolarmente torbida». Probabilmente nel circuito idrico è entrata materia organica.
La radio-televisione giapponese Nhk dice che «Tepco sta valutando cosa è andato storto e perché. I funzionari dicono che non sanno quando l’operazione potrà essere ripresa». L’Alps è teoricamente in grado di rimuovere quasi tutti i materiali nucleari da acqua radioattiva presso l’impianto ed era in corso un test. Ma l’impianto aveva già avuto problemi la scorsa settimane, quando la Tepco aveva dovuto fermare tutto dopo che aveva scoperto che una linea si era fortemente deteriorata a causa di filtri malfunzionanti. L’Attività dell’Alps era ripresa il 24 marzo, ma poi i “liquidatori” hanno visto fuoriuscire acqua altamente radioattiva da uno dei serbatoi di stoccaggio e la Tpco è stata costretta a bloccare nuovamente tutto. Le operazioni sulle due linee dell’Alps erano riprese il 25 marzo, fino al nuovo incidente. E pensare che la Tepco aveva assicurato chhe l’Alps sarebbe stato operativo entro gli inizi di aprile…
Ieri nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi era già stata sospesa  l’operazione di rimozione del combustibile nucleare esaurito da una piscina di stoccaggio in un edificio del reattore 4. La Tepco ha detto che intorno alle 9,30 di  mercoledi è avvenuto un incidente mentre i “liquidatori” avevano iniziato la rimozione di unità di carburante. L’utility ha spiegato che la grande gru utilizzata per sollevare un cask  contenente 22 unità  di combustibile esaurito dalla piscina di stoccaggio  si è improvvisamente bloccata. Al momento dell’incidente i “liquidatori” stavano cercando di agganciare il cask con un cavo. La Tepco ha iniziato a smaltire il carburante nucleare esaurito del reattore 4 nel  novembre 2013, la piscina conteneva 1.533 unità di combustibile, delle quali  1.331 sono di combustibile esaurito altamente radioattivo. A partire dal 25 marzo,  550 unità di combustibile erano state  rimosse e trasferite in un altro lotto di stoccaggio.  L’utility assicura che  intorno alla piscina del combustibile nucleare esaurito non sono stati osservati aumenti di radioattività e che sta cercando di capire cosa ha causato il problema.
Ma la grana più grossa per l’utility che sta smantellando lentamente e con enormi problemi il cadavere nucleare di Fukushima Daiichi viene probabilmente dal nuovo esame dei registri di esposizione alle radiazioni dei lavoratori che, dopo una revisione da parte del ministero della salute, hanno portato ad un aumento dei dati delle radiazioni per 142 lavoratori, con una media di 5,86 millisievert. Secondo quanto scrive The Asahi Shimbun, il ministero ha detto che un dipendente di sesso maschile è stato esposto a 180 millisievert, mentre inizialmente la Tepco diceva che era stato esposto a circa 90 millisievert. Altri due “liquidatori” lavoratori sono stati esposti a  radiazioni che vanno dai 50 a 100 millisievert. Secondo l’ International Commission on Radiological Protection, una persona dovrebbe essere esposto a non più di un millisievert all’anno e che dosi di più di 100 millisievert sono associate ad un elevato rischio di cancro .
Dei 142 lavoratori sovraesposti  24 lavoravano per la Tepco e ben 118 per 18 diverse imprese in appalto e subappalto, note per ignorare a volte anche  le più elementari norme di sicurezza. Sono solo una parte dei  7.500 “liquidatori” impiegati nelle operazioni di emergenza e di primo intervento che sono stati inviati per gestire le operazioni di contenimento nella centrale nucleare.
La revisione del ministero ha confermato che, dopo il terremoto/tsunami ed il disastro  nucleare,  la Tepco ed i subappaltatori non avevano a disposizione abbastanza contatori delle radiazioni per tutti equipaggiare tutti  i “liquidatori” e che quindi la company non poteva effettuare misurazioni così accurate sui lavoratori. La Tepco è stata invitata a rivedere l’esposizione dei “liquidatori” tenendo di conto dei nuovi dati. Qualche sospetto era già venuto fuori nel luglio 2013 quando vennero esaminati i dati dell’esposizione di circa 1.300 lavoratori e quelli di 452 di loro sembrarono un po’ troppo bassi.
Dopo aver scoperto a fine gennaio, durante un controllo della gestione salute dei lavoratori da parte della Tepco,  che l’utility aveva usato metodi inadeguati per stimare le dosi di radiazioni  di alcuni lavoratori  il governo ha esaminato i registri di 1.536 dei 7.529 dipendenti e contractors che hanno lavorato a Fukushima Daiichi tra il marzo e l’aprile del 2011. The Asahi Shimbun  scrive che la Tepco «Per esmpoi, ha sottovalutato  le dosi interne di coloro che avevano preso compresse di iodio per proteggere la loro tiroide dall’esposizione alle radiazioni. Non è ancora chiaro se e quanto l’agente avesse ridotto i livelli di esposizione». Dopo che sono stati controllati i registri dei dati di altri 6.200 lavoratori e sono venuti fuori i primi 142 “sballati”.

Fonte

ITALIA: PORTI NUCLEARI, UN’EMERGENZA OSCURATA DAL SEGRETO DI STATO

 
 
- di Gianni Lannes -
 
Attualmente, qual è il livello di #contaminazione nucleare del Mar #Mediterraneo, provocato dalle attività belliche della #Nato ? Alla prova dei fatti, i cosiddetti “alleati” hanno trasformato lo Stivale in una portaerei per fare la guerra, in violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana. E il Governo Renzi che fa? Applaude lo straniero occupante? L’abusivo capo dello Stato pro tempore, pappa e ciccia con lo zio Sam dagli anni ’70, fa finta di nulla. Non tutti sanno che un sottomarino a propulsione nucleare è una centrale atomica a tutti gli effetti. Un sottomarino a propulsione nucleare, tuttavia, è meno protetto rispetto ad una centrale atomica di terra in quanto ha – per esigenze di leggerezza e manovrabilità – di minori schermature esterne ed inoltre può essere soggetto a collisioni, affondamento, eccetera.
L’Italia – che ha abolito le centrali nucleari con due referendum popolari (1987, 2011) – corre ancora il rischio, nelle aree marine di transito e a ridosso delle città, dove sostano  unità nucleari, che si verifichi un incidente ai reattori atomici di bordo. Esiste inoltre il problema del transito di scorie radioattive francesi (plutonio) nel Mediterraneo. Il plutonio è un elemento radioattivo presente in vari reattori nucleari. Una dispersione di plutonio contaminerebbe il mare per oltre 24 mila anni (durata del dimezzamento radioattivo del plutonio). Il chimico Enzo Tiezzi ha argomentato: «Un chilo di plutonio disperso nell’ambiente rappresenta il potenziale per 18 miliardi di cancro al polmone. Un milionesimo di grammo costituisce una dose letale». Anche il cesio 137 non scherza: è un prodotto di fissione dell’uranio e ha un’emivita di 30 anni. E così altri radioisotopi che hanno contaminato il Mediterraneo e le acque costiere italiane, come hanno certificato le analisi del Crirad di Parigi e dell’Università della Tuscia nell’arcipelago della Maddalena. In loco, nell’isola di Santo Stefano, dal 1972 al 2008 c’era un distaccamento di sommergibili atomici della sesta flotta, una presenza mai autorizzata dal Parlamento italiano. In questo parco marino nazionale non vi è stata alcuna bonifica e Washington non ha pagato il conto dell’nquinamento provocato dalle sue attività belliche. In compenso, la popolazione locale è afflitta da patologie tumorali, e da decenni nascono bambini con gravi malformazioni. Nel 2003 ho realizzato un’inchiesta per il settimanale Famiglia Cristiana. E nel 2004 ho portato a termine un reportage pubblicato dal settimanale D La Repubblica delle donne.
Quali sono i porti italiani in cui vi può essere transito di unità navali a propulsione nucleare? Essi sono: Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto, Trieste, Venezia.
L’elenco è contenuto nel “piano di emergenza per le navi militari a propulsione nucleare” classificato come “riservato” dalla Marina. La versione integrale del documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento della Protezione Civile) datata luglio 1996 è intitolata “Piano nazionale delle misure protettive contro le emergenze radiologiche”. Questo documento non è accessibile a cittadini e cittadini della Repubblica italiana. Tale divieto è un palese ed intollerabile abuso di potere di chi ha occupato le istituzioni dello Stato per conto straniero.
E’ possibile in base alla legge conoscere il piano di emergenza per i porti a rischio nucleare? Grazie al decreto legislativo 230/95 un cittadino può conoscere preventivamente le informazioni di interesse civile contenute nel piano di emergenza nucleare della propria città: il tipo di incidente ipotizzato, l’impatto sull’ambiente e sulla salute delle persone e le misure di protezione civile previste dagli organi competenti (in particolare la Prefettura). In base al decreto in questione le Prefetture dovrebbero dare ai cittadini queste informazioni anche in assenza di richiesta esplicita: è un obbligo sancito dall’articolo 129 del decreto 230/95.
Dunque, in una dozzina di porti italiani è prevista la possibilità di transito e attracco di sottomarini a propulsione nucleare; tale attività comporta evidenti rischi per la popolazione civile, vista la possibilità che possano determinarsi incidenti dalle conseguenze gravissime per la salute pubblica e per l’ecosistema.
Il decreto legislativo 17 marzo 1995, numero 230, emanato in attuazione delle direttive Euratom 80/386, 84/467, 84/466, 89/618, 90/641 e 92/3 in materia di radiazioni ionizzanti, nella Sezione I (Piani di emergenza) disciplina l’emergenza nucleare riferita alle situazioni determinate da eventi incidentali negli impianti nucleari e all’articolo 124 (Aree portuali) prende in considerazione la possibilità di emergenza in conseguenza di incidenti derivanti dalla presenza di naviglio a propulsione nucleare nelle aree portuali.
Al Capo X (Stato di emergenza nucleare), Sezione II (Informazione della popolazione), articoli 127-134 del decreto legislativo n. 230 del 1995, vengono prese in esame le misure di informazione della popolazione in merito alla protezione sanitaria e al comportamento da adottare per i casi di emergenza radiologica; l’articolo 129 (obbligo di informazione) prevede che le «informazioni previste nella presente sezione devono essere fornite alle popolazioni [...] senza che le stesse ne debbano fare richiesta. Le informazioni devono essere accessibili al pubblico, sia in condizioni normali, sia in fase di preallarme o di emergenza radiologica».
All’articolo 130, si afferma che «La popolazione che rischia di essere interessata dall’emergenza radiologica viene informata e regolarmente aggiornata sulle misure di protezione sanitaria ad essa applicabili nei vari casi di emergenza prevedibili, nonché sul comportamento da adottare in caso di emergenza radiologica»; l’articolo 133 prevede l’istituzione presso il Ministero della sanità della Commissione permanente per l’informazione sulla protezione contro i rischi da radiazioni ionizzanti, avente il compito di «predisporre e aggiornare le informazioni preventive di cui agli articoli 130 e 132 e di indicare le vie di comunicazione idonee alla loro diffusione, nonché la frequenza della diffusione stessa»; al medesimo articolo si dispone inoltre di «predisporre gli schemi generali delle informazioni da diffondere in caso di emergenza di cui all’ articolo 131 e indicare i criteri per l’individuazione degli idonei mezzi di comunicazione», e, infine, di «studiare le modalità per la verifica che l’informazione preventiva sia giunta alla popolazione, utilizzando anche le strutture del servizio sanitario nazionale e il sistema informativo sanitario».
Nonostante la normativa vigente sia estremamente chiara circa l’obbligo di fornire adeguata informazione alla popolazione civile riguardo i rischi derivanti da incidente nucleare e individui le autorità e gli enti cui spetta il compito di predisporre i piani di emergenza, a tutt’oggi, in particolare per quanto riguarda le aree portuali interessate dal transito di sottomarini a propulsione nucleare, tali disposizioni vengono disattese e non viene fornita alla popolazione adeguata informazione a riguardo di eventuali emergenze nucleari; non sono noti – tranne che, parzialmente, per i porti di La Spezia e Taranto – i piani di emergenza predisposti dalla Marina militare di concerto con le Prefetture.
Il 23 novembre 2004 in risposta ad un’interpellanza il Governo conveniva che la classifica di sicurezza, «impedendo la divulgazione delle pianificazioni, precludeva di fatto la possibilità di informare la popolazione sul rischio potenziale a cui era esposta, non permettendo, tra l’altro, l’acquisizione, da parte della popolazione stessa, delle norme di comportamento da rispettare nel caso dovesse verificarsi realmente una tale emergenza». Nell’ambito della medesima risposta, il Governo rendeva noto che l’Agenzia per la protezione dell’ ambiente e il Ministero delle politiche comunitarie avevano in progetto un’azione coordinata finalizzata all’emissione in tempi rapidi dei decreti attuativi del suddetto decreto legislativo in risposta ad una procedura di infrazione al riguardo avviata dalla Commissione europea.
A tutt’oggi i decreti attuativi non sono stati ancora promulgati, in compenso le unità Nato a propulsione e armamento nucleare transitano a ridosso delle coste italiane e sostano segretamente in numerosi porti della Penisola.
Per quale ragione non vengono desecretati i piani di emergenza per la popolazione come prescritto dal decreto legislativo 17 marzo 1995, numero 230?
Dal momento che le coperture assicurative private in caso di incidente nucleare escludono il risarcimento dei danni, è stata prevista e attivata una copertura assicurativa dallo Stato italiano atta a risarcire i danni a cose e persone in caso di incidente nucleare per ogni singolo cittadino danneggiato e, in caso negativo, se intenda predisporre tale copertura assicurativa in ogni sito in cui è previsto il piano di emergenza nucleare?
 Si sono già verificati incidenti su unità navali a propulsione e armamento nucleare?
Sono stati riportati numerosi incidenti, già avvenuti nel Mediterraneo, nel rapporto di Greenpeace 1994 a cura di Paola Biocca e Annarita Peritore, in cui si legge:
«Nel fondo del Mediterraneo giacciono due capsule nucleari, perdute a seguito di un
incidente aereo di cui non sono mai stati resi noti gli estremi. Il 29 agosto 1959 la città di Napoli rischiò la catastrofe per un incendio a bordo del caccia Decour. Nel 1976 lo scontro tra due navi statunitensi (la portaerei J.F. Kennedy e l’incrociatore Belknap, entrambe dotate di armi nucleari) avvenuto durante un’esercitazione al largo della Sicilia, stava per causare un grave incidente nella Santa Barbara nucleare. In quell’occasione fu lanciato l’allarme Broken Arrow, il piu’ grave secondo la classificazione USA. Tre sottomarini d’attacco della flotta francese (il 50% della flotta) hanno subito gravi incidenti negli ultimi 12 mesi: agosto 1993: il Rubis entra in collisione con una petroliera a largo di Fos: si sfiora la catastrofe ambientale; febbraio 1994: incendio a bordo dell’Amethiste; marzo 1994: incendio a bordo dell’Emeraude,10 vittime tra l’equipaggio. Il governo francese non ha ancora reso pienamente note la dinamica e gli esiti degli incidenti. Dal 1945 al 1988 nel Mediterraneo si sono verificati 114 incidenti in cui sono state coinvolte una o più navi da guerra. Nel solo 1989 almeno 25 incendi sono scoppiati a bordo di sottomarini nucleari nel mondo. Le tre flotte nucleari che pattugliano il Mediterraneo (USA, Gran Bretagna e Francia) hanno subito rispettivamente 61,16 e 12 incidenti».
Questi riscontri documentati per quanto datati sono estremamente significativi. Vanno comunque ricordati altri due incidenti gravi: il 14 maggio 2000 all’inglese Tireless in Sicilia, e il 25 ottobre 2003 in Sardegna (arcipelago della Maddalena) al sommergibile Hartford, battente bandiera United States of America. Di recente, il Tireless ha fatto rientro nel Mediterraneo.

Le nuove tute spaziali della NASA

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Possono essere scelte attraverso un sondaggio online, ma saranno usate – almeno per ora – soltanto a terra per una serie di test e simulazioni

 

La NASA ha aperto un sondaggio online per la selezione di un nuovo tipo di tuta spaziale, che si chiama Z-2 e che è un’evoluzione del precedente modello Z-1 presentato nel 2012 con l’obiettivo di rendere più pratici e comodi per muoversi i sistemi di protezione da usare nello Spazio. La votazione è aperta a tutti e serve per scegliere il design esterno della tuta, non per indicare le sue caratteristiche tecniche, sulle quali è naturale e giusto che siano i tecnici e gli ingegneri della NASA a fare le loro scelte.
La Z-2 porta diverse novità rispetto al modello precedente, a cominciare da una struttura più rigida per la parte che copre il torso degli astronauti. Il casco è sostanzialmente integrato nella tuta, con una caratteristica visiera molto ampia e sferica.
I tre modelli tra cui scegliere sono:
– “Biomimicry”, ispirato agli animali che vivono nelle profondità marine, ha inserti traslucidi e alcuni cavi che si illuminano al buio, per rendere più visibile l’astronauta e i suoi movimenti anche nell’oscurità;
– “Technology”, riprende molti degli elementi delle tute della prima epoca delle esplorazioni spaziali, ma con materiali di nuova generazione e più resistenti.
– “Trends in Society”, propone un design che è simile a quello degli abiti che potremmo indossare in un futuro non troppo lontano, spiegano quelli della NASA.
Le votazioni per le nuove tute spaziali si chiuderanno il prossimo 15 aprile e i progettisti della NASA confidano di realizzare la versione definitiva prescelta entro novembre. La tuta scelta sarà utilizzata per condurre numerosi esperimenti a terra sulla tenuta dei suoi materiali, sulla praticità di utilizzo per gli astronauti in diverse condizioni e per altre simulazioni. La Z-2, è bene ricordarlo, è soltanto un prototipo e non sarà quindi mai utilizzata nello Spazio così com’è. L’iniziativa serve ai ricercatori della NASA per capire quali potranno essere le soluzioni migliori per cambiare le attuali tute degli astronauti, che comunque nel corso degli anni hanno già subito diverse evoluzioni e miglioramenti.

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La NASA potrebbe avere scoperto una seconda Terra

La maggior parte delle volte che gli astronomi scoprono un nuovo pianeta, c’è sempre almeno un parametro che rende impossibile lo sviluppo della vita. Di recente, invece, la NASA sembra avere scoperto una vera seconda Terra


Il Centre de Recherche Ames dovrebbe annunciare oggi la scoperta di un pianeta della taglia della Terra nella “zona abitabile” della sua stella.
La stella madre è una nana rossa, più fredda del nostro Sole, il che significa che questo pianeta orbita più vicino a detta stella. Questo sistema solare è inoltre composto da cinque pianeti.
Per il momento, questa potenziale seconda Terra non ha un nome. Con una dimensione sostanzialmente simile al nostro pianeta, sembra soddisfare tutte le condizioni necessarie per la presenza di acqua allo stato liquido, rendendo potenzialmente possibile la vita così come la conosciamo.
Ovviamente questo pianeta interessa molto tutta la comunità scientifica, rappresenta il coronamento di tutto il fantastico lavoro di ricerca effettuato per diversi anni nel telescopio spaziale Kepler i cui dati cominciano giusto adesso a essere analizzati.
Restate sintonizzati arriveranno di sicuro nuovi sviluppi!

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Per l'astronomia russa è l'ora di scegliere i progetti del futuro

Il futuro dell’astronomia e astrofisica in Russia è stato discusso il 24 marzo presso il Ministero dell'Istruzione e della Scienza. Gli scienziati devono stabilire le priorità per un ulteriore sviluppo di questa scienza e su questa base creare un piano d'azione da intraprendere nel futuro immediato. Tra i progetti che hanno maggiori possibilità di sostegno vi è l'adesione della Russia alla European Southern Observatory. Tuttavia, questo potrebbe rinviare a tempo indeterminato l'attuazione di alcuni progetti russi.

Oggi l’astronomia e l’astrofisica sono le grandi collaborazioni internazionali, reti di telescopi in tutto il mondo, osservatori spaziali e la precisione delle osservazioni aumenterà. La Russia in questo settore non è ancora irrimediabilmente in ritardo, ma non è all’avanguardia. Oltre ai problemi relativi alla scienza in generale, influenza un numero ridotto di strumenti e il fatto che gli impianti esistenti non erano modernizzati da tanto tempo.
La discussione del 24 marzo ha riguardato le prospettive per l'ingresso della Russia nei progetti astronomici internazionali, la formazione astronomica ed propri strumenti astronomici (soprattutto quelli a terra).
L’adesione a progetti internazionali riguarda soprattutto l'European Southern Observatory (ESO). E' l'organizzazione intergovernativa (15 i Paesi membri), che gestisce una rete di telescopi nelle Ande Cilene. Al progetto ESO si può aderire versando un contributo finanziario (circa 150 milioni di euro), che consentirà alle organizzazioni scientifiche russe di condurre con la strumentazione ESO la propria ricerca e alle imprese russe di eseguire gli ordinativi per le esigenze dell’ESO.
La prospettiva di entrare nell’ESO è stato uno dei principali argomenti di discussione al Ministero della Pubblica Istruzione. È costoso, anche se la possibilità di una rateizzazione a 10 anni può inibire significativamente lo sviluppo dei propri impianti terrestri russi. I suoi sostenitori sottolineano che in questo modo la Russia si unirà alla ricerca scientifica d’avanguardia. Costruire la stessa cosa nel Paese è impossibile e non a causa del denaro: in Russia sono pochi i posti con un buon clima per le osservazioni astronomiche. Gli oppositori ribattono dicendo che se non si costruisce in proprio, non si avranno mai gli strumenti astronomici necessari in Russia.  La questione quindi si sposta su un altro campo e punta a riconoscere quale sia l'argomento più rilevante in questa discussione.
Del resto i progetti astronomici russi discussi nel corso della riunione sono molti e differenziati. Ad esempio, l'osservatorio radio "Suffa", che è stato creato in collaborazione con l'Uzbekistan, è un progetto avviato già da lunga data. Il complesso elio geofisico per studiare il Sole viene creato sulla base di strutture già esistenti dell'Istituto terrestre di fisica solare, Filiale siberiana dell'Accademia Russa delle Scienze. ALEGRO è nuova e ambiziosa iniziativa nella piccola area non esplorata della banda gamma.
Dopo la riunione, è stato formato un gruppo speciale di lavoro, che comprende rappresentanti delle principali organizzazioni "astronomiche" dell’Accademia delle Scienze e delle università. A maggio di quest'anno, dovranno creare una lista delle attività, indicando il relativo budget e priorità.
La difficoltà consiste nel fatto che non esiste uno strumento universale per l'astronomia. Se parliamo di applicazioni terrestri, le osservazioni dirette, vediamo limitatamente nella gamma radio ed infrarossi perché l'atmosfera blocca gran parte delle onde del visibile. In modo indiretto è possibile registrare i fotoni gamma. Sono diversi obiettivi scientifici e diverse tecnologie ingegneristiche.
In questo modo il gruppo di lavoro valuterà i punti di forza e di debolezza della scienza e della tecnologia russa, la rilevanza dei problemi scientifici, dovrà immaginare come si evolverà l'astrofisica mondiale e entro maggio definire da dove avviare lo sviluppo dell'astronomia in Russia nella prima metà del XXI secolo.
/s
Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/2014_03_27/L-astronomia-russa-e-il-momento-di-scegliere-3939/

I-Team: Nuclear physicist searches for evidence in Roswell UFO case


The UFO Museum in Roswell, New Mexico. The UFO Museum in Roswell, New Mexico.
Stanton Friedman                   Photo credit: Redstarfilmtv.com Stanton Friedman Photo credit: Redstarfilmtv.com

LAS VEGAS -- The original investigator of the famed Roswell UFO incident says he hopes an upcoming appearance in Las Vegas might produce a piece of "smoking gun" evidence or a new eyewitness.
Nuclear physicist Stanton Friedman has spent more than 30 years investigating the story about an alleged crash outside of Roswell, New Mexico. The military initially said the object was a flying saucer, but later changed its story and said it was really a weather balloon.
Friedman has interviewed dozens of witnesses over the years who allege the craft was something from outer space.
Friedman plans to speak at the Atomic Testing Museum on East Flamingo Road Friday, March 28. He says some of the same scientists who worked on the atomic bomb program in New Mexico would likely have been part of any cover up of a crashed UFO.
"The same smart people knew where the other smart people were to get answers and people knew how to keep their mouths shut, and some guy's saying, it couldn't have happened there, would have been an article in the Physical Review the next month," Friedman said. "No understanding of how security operates and that's part of my role is to educate the world. There really are secrets being kept folks, like it or not."
Friedman thinks some of the Nevadans who worked at the former atomic test site might have information about the Roswell crash and he hopes they will come forward during his presentation at the atomic testing museum. The public is invited.

Source 

UFO in Chile Said to be the Size of Two Soccer Stadiums

UFO in Chile Said to be the Size of Two Soccer Stadiums

UFOlogists in Chile say that this image is of an enormous, unidentified object spotted over a reservoir in the southern part of the country

From a translation of the news report on Inexplicata:
The photo of an alleged UFO in Chile has left more than one viewer startled after that country's Comité de Estudios de Fenómenos Aéreos Anomalos (CEFAA) confirmed its authenticity.

The image was taken in the area known as El Yeso Reservoir by a Venezuelan couple living in the southern country. The image was investigated by CEFFA through its director general, Gen. Ricardo Bermudez (Ret.).

"After considerable research time we reached a series of conclusions that are the same obtained in the United States, and which are: this photograph is real and not a hoax; Second, that the incidence of the light in these clouds is the same as that which falls upon the object; Third, that it has its own light, and therefore a series of portholes are visible. This is according to our Ph.D in meteorology, and according to the clouds existing at the time during that season in the Cordillera, makes it twice the size of the National Stadium (in Chile)," he told Terra Chile.

"We do not know what it is or where it came from, but the anomalous aerial phenomenon described as an unidentified flying object is real and we have the proof and the eyewitness accounts to support it," notes Bermudez, who was a military pilot for the Chilean Air Force, flying F-5 fighters among other craft.
C'mon — it's probably just the Helicarrier. Sometimes SHIELD agents fiddle with the invisibility controls is all.

Allarme russo: attacco alieno e la Terra non è preparata. Pericolo!

Non è un pesce d'aprile in anticipo di qualche giorno. I grandi della Terra non possono tranquillizzare i cittadini sulle capacità difensive, almeno della Russia, in caso di attacco alieno

 

 

 Non è un pesce d'aprile in anticipo di qualche giorno. I grandi della Terra non possono tranquillizzare i cittadini sulle capacità difensive, almeno della Russia, in caso di attacco alieno, secondo la testata Russia Today. Tutto comincia con una conferenza stampa tenutasi lo scorso ottobre al Centro spaziale e controllo centrale Titof. Uno dei giornalisti ha chiesto al capo del centro, Sergey Berezhnoy, quale fosse lo stato della sicurezza extraterrestre.

La risposta è stata: "Per il momento non ne abbiamo la capacità. Sfortunatamente non siamo in grado di combattere eventuali civiltà extraterrestri". Ma ha anche precisato: "Il nostro centro non è preparato per questo, ci sono fin troppi problemi sulla terra e nelle sue vicinanze".
La domanda potrebbe apparire strana, se non fosse che le forze spaziali russe sono state effettivamente create nel 1992 dopo il crollo dell'Unione Sovietica, per poi essere ribattezzate Forze di difesa aerospaziali. La divisione ha due compiti specifici. Il primo è la difesa aerea e missilistica, insieme al controllo dei satelliti militari. Il secondo è così definito: "Monitorare gli oggetti spaziali e identificare potenziali minacce, nello spazio e dallo spazio, con scopi di prevenzione ed eventuale offensiva se necessario".
Russia Today chiude in modo rassicurante dicendo "Anche se non siamo in grado di affrontare una minaccia aliena, le forze spaziali russe dispongono una tecnologia altamente efficace per affrontare eventuali attacchi terrestri".
I russi, quindi, ai massimi livelli dello stato si stanno preprando a una possibile invasione aliena. Qualcuno non ci crederà, ma se a Mosca i militari si preparano forse qualcosa di vero c'è. O no? Guardiamo il cielo e aspettiamo...

Fonte

Weird! Again A Giant UFO Invisible Near The Sun, March 25, 2014



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UFO over Margate, Florida 10 March 2014




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Seres Luminosos captados con Camaras de seguridad / beings of Light Security Cameras



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giovedì 27 marzo 2014

IO ACCETTO..????




UN SORPRENDENTE ESPERIMENTO!






I legami dei Rothschild con il volo MH370

Il gruppo Blackstone, di propietà dei Rothschild trae un beneficio diretto dalla scomparsa del volo MH370, diventando il titolare di un brevetto legato a nuove tecnologie.

In questo bizzarro caso del volo scomparso, 1+1 sta iniziando a diventare 2.
 
Nuove informazioni, controllate e approfondite da Intellihub News, potrebbero far luce sulla vicenda legata alla scomparsa del volo Malaysian Airlines. Il volo è stato riferito, recentemente da funzionari malesi, essere finito tragicamente nell’Oceano Indiano nonostante la mancanza di prove fisiche (chieste con insistenza dalla Cina NdT).
Mentre la scomparsa del volo MH370 che aveva 239 persone a bordo è tragica, le nuove informazioni rivelano che un gigante tecnologico con sede in Texas, Freescale Semiconductor Ltd., potrebbe aver beneficiato in qualche modo dalla scomparsa dell’aereo. A bordo del velivolo vengono segnati 20 dipendenti della società Freescale. La perdita di queste vite umane, dipendenti e collaboratori di Freescale, sarà sicuramente dispiaciuta a tutti coloro che li conoscevano nell’azienda, ma questo non fa che aumentare le possibilità che la corporazione possa aver beneficiato in qualche modo dall’evento.
“Freescale già confermato che i 20 dipendenti – 12 dalla Malesia e otto dalla Cina – erano tra  i 239 passeggeri del volo MH370. L’azienda non ha rilasciato i nomi di quei dipendenti, e di nuovo si è rifiutata di farlo Lunedi. “, Come riportato da Brian Gaar, il 24 mar.
E’ stato menzionato in una dichiarazione di un portavoce della società che i dipendenti che erano a bordo di MH370, erano estremamente talentuosi e preziosi nel settore tecnologico.
Freescale Semiconductor Ltd. è di proprietà principalmente della Blackstone Group, ovvero di Lord Jacob Rothschild, lo stesso gruppo responsabile per aver irrorato il Corexit, sostanza altamente tossica nelle acque del Golfo del Messico, nei mesi successivi alla fuoriuscita di petrolio BP, come riportato nella fase iniziale da Intelihub News. Incredibilmente, vediamo che anche il Gruppo Carlyle è tra gli investitori secondari e questo non fa altro che aggiungere un’ulteriore strato di sospetto su questa vicenda.
Ecco ciò che ci racconta Wikipedia sulla Freescale Semiconductor  e i suoi movimenti “finanziari”:

Il 15 settembre del 2006, Freescale ha approvato di essere acquistato per 17,6 miliardi dollari da un consorzio guidato da Blackstone Group e dei suoi co-investitori, Carlyle Group , TPG Capital e Permira . L’offerta di acquisto è stata accettata il 13 novembre 2006 a seguito di un voto da parte degli azionisti della società. L’acquisto, si è chiuso il 1 ° dicembre 2006, è stato il più grande acquisto privato di una società di tecnologia fino al  2013.
Come giornalista, devo sottolineare la grande quantità di denaro investito in questa società di tecnologia. 17.9$ miliardi di dollari non sono una goccia nel mare, probabilmente questa società significa molto vista la natura dell’investimento. Dobbiamo anche chiederci perché così tanti dipendenti Freescale erano sullo stesso volo, allo stesso tempo. Quattro di questi dipendenti loro sono stati segnalati da diverse fonti come i diretti titolari di brevetti negli Stati Uniti relativi ad una nuova tecnologia. Questo concomitanza di eventi e di presenza sul volo in contemporanea, di proprietari di brevetti, è stata probabilmente una violanza dei protocolli della sicurezza dell’azienda, o per lo meno una svista costosa.
In realtà è stato segnalato che Peid Ong Wang, Suzhou, Zhijun Chen, Suzhou, Zhihong Cheng, Suzhou e Li Ying, Suzhou, dipendenti  cinesi della Freescale che erano a bordo del volo 370, erano ciascuno titolari del 20% del Brevetto USA #US008671381B1. Incredibilmente, il restante 20% è stato segnalato per essere detenuto dalla Freescale Semiconductor Ltd., che ora, dopo la scomparsa del volo 370 diventa il titolare unico del brevetto. In termini diretti, Lord Jacob Rothschild è oggi il titolare del brevetto in virtù di interesse investiti nella Freescale Semiconductor Ltd.
Per portare ulteriormente le cose in prospettiva, la dinastia Rothschild possiede la banca centrale malese che a sua volta è pesantemente coinvolta finanziariamente con il governo malese e la Malaysian Airlines.
C’è altro da dire?
 
 
 
Tradotto e Riadattato da Fractions of Reality

La curiosa passione degli extraterrestri per le mucche



Il fenomeno sembra non avere fine. Nel 2009, il sito 9News riportava la testimonianza dell’allevatore Mike Duran del Sud del Colorado il quale affermava di aver notato delle misteriose luci circolari nel cielo e poi di aver trovato sue mucche morta e privata delle mammelle e degli organi genitali.
Il rancher ha denunciato il fatto all’ufficio dello sceriffo locale che si è limitato a dire: si tratta di uno di quei casi irrisolti che rimalngono avvolti nel mistero.
Sempre nel 2009, il sito The Sun pubblicava il video (di pessima qualità) registrato da Derek Bridges nel quale si dovrebbe vedere un bufalo attirato in una nave spaziale aliena. Nel video si vedono solo delle luci e nient’altro, tanto da far pensare che si tratti più di una “bufala” che di un bufalo.
Resta comunque una domanda: ma perchè gli extraterrestri sarebbero così interessati alle nostre mucche? Le ipotesi sul web si sprecano.
Da chi afferma che E.T. si nutra di carne come noi, il che farebbe pensare a questi mega barbecue alieni a base di bistecche e di chissà quale bevanda extraterrestre, a chi crede che si tratti semplicemente di “ricerca scientifica” da parte dei visitatori stellari.



La teoria più bizzarra, e paradossalmente più affascinante, è quella avanzata dal dottor Imad Hassan, medico e scrittore inglese di origini saudite. A suo parere, i bovini non avrebbero origine terrestre, ma sarebbero stati portati qui da intelligenze aliene in un remoto passato. Questo è il sito del dott. Imad Hassan per chi volesse approfondire le teorie “esotiche” di questo ricercatore.
A sostegno della sua tesi, il dottor Hassan induce a riflettere su alcune questioni che riguardano le mucche: come mai la mucca è considerato un animale sacro dall’Induismo?
E come mai nel Corano, testo sacro dei Musulmani, la “Sura della Vacca” (Sura II) è la più lunga di tutto il libro (ben 286 versetti)? Inoltre è proprio la Bibbia ad affermare che gli ebrei, dopo l’uscita dall’Egitto, una volta giunti al monte Sinai per ricevere la Torah, in barba alle disposizioni di Mosè comincia ad adorare un… vitello d’oro (Es 32,1).
Cosa significa tutto ciò? Perchè tutte queste culture ritengono sacro questo animale? E’ il ricordo ancestrale di un “dono” fatto dagli alieni all’umanità? O era il cibo che gli extraterrestri portarono con se nel momento in cui abitavano sulla terra con gli esseri umani?
Un’ulteriore prova alla teoria dell’origine extraterrestre dei bovini starebbe, secondo Hassan, in uno studio pubblicato nel 2007 dal dottor Mark Thomas secondo il quale gli europei avrebbero sviluppato l’enzima lattasi, deputato alla digestione dello zucchero presente naturalmente nel latte, solo 7000 anni fa.
Egli afferma che gli europei non avrebbero potuto digerire il latte di mucca prima di questa data. Infatti, secondo Thomas, le vacche devono essere state introdotte in Europa dal Medio Oriente proprio in quel periodo innescando una serie di cambiamenti evolutivi che hanno permesso lo sviluppo del lattasi nell’uomo.
L’idea generale degli evoluzionisti è che tutte le specie viventi si sono evolute da una comune origine, anche se non vi è nessuna prova concreta a sostegno di questa teoria. Quindi potrebbero esserci delle eccezioni. Secondo Hassan, questa teoria proverebbe che alcuni animali (mucche, cammelli, pecore e capre) non sarebbero il frutto di milioni di anni di evoluzioni, ma sarebbero state portate dall’esterno del pianeta.



Fonte


Commento di Oliviero Mannucci: La questione è semplice: la mucca non va adorata, va rispettata. Sento in televisione ogni sorta d'ipocrisia quando qualche personaggio dello spettacolo promuove la difesa di quel cane o di quel gatto o di quel cavallo maltrattato. Prima gli domanderei se sono vegetariani come me, visto che la carne arriva da animali macellati. Eppoi gli ricorderei che se è giusto proteggere i cani, i gatti, i cavalli, i delfini, ancor di più la mucca che ci da il latte che beviamo ogni mattina come se fosse la nostra seconda mamma. Chi di voi avrebbe il coraggio di mangiarsi la propria mamma?Ci avete mai pensato? Vi sono inoltre le testimonianze di alcuni contattisti, che riferiscono che molte razze aliene, soprattutto quelle più evolute, sono vegetariane. Quindi gli ET, probabilmente, cercano solo del buon latte caldo!

Russia Discloses/Releases UFO FilesThe last bit: A commentary by the Chairman of Public research organization «Underwater Search» and First Rank Captain Vladimir Prikhodko



- "The data collected by our seamen have been confirmed by numerous foreign evidences. For example, inside U.S. military press circulated information about unexplainable contact off the coast of Porto Rico. The Navy of United States conducted a training, designed learn to detect "enemy's" submarine. In this exercise participated one aircraft carrier, five escort ships, submarines and few aircraft. All the submarines involved in training where maneuvering in the «quiet invisible mode». Suddenly something extraordinary happened",

said professor Sandersen, who made a report based on analysis of documents from the United States Navy:

- "The technician of hydro acoustics on one of the escort ships noticed that one of the submarines had violated the order and it looked like it was pursuing somewhat unexplainable objective».



The data from acoustics technician put other officers at a standstill. The fact was, devices registered that the speed of unidentified object which moved under water was 150 knots! That is - 280 km / h! This was not possible, because modern submarine in submerged condition can not reach a speed above 45 knots. Officer immediately reported to the captain, who in turn immediately contacted the base ship. They were surprised to learn that, not just one but all the rest of the ships reported the same phenomena. "At least," - writes Professor Sandersen - "13 times they logged with hydro acoustic equipment ultra high speed objects". Immediately reports on all of these were sent to the commander of the Atlantic fleet of the United States Navy.

The object kept maneuvering for four days within a radius of a vast area, and four days the ships and planes of the United States Navy followed where the signal was coming from, observing it. (Or, rather, he followed them? "). That is not it. Judging by the records, the object was able to immerse at a depth of 20,000 feet within minutes. In other words, he had to maneuver in the vertical and horizontal planes. This can not be done with any of the modern submarine vessel built by man. Not to mention that the immersion limit for a modern submarine is not more than 6000 feet. Even «Trieste», built specifically for immersing famous oceanographer Jacques Pikkar in 1960, made a record dive in Mariánské depression to a depth of about 35,800 feet in 4.5 hours so he is not destroyed. But this maneuver of the unknown object from the surface to a depth of 20,000 feet was done in a matter of minutes! "In other words," - writes Sanderson - "a mysterious object literally belongs to another world".

There was another unusual case witnessed by a famous Arctic explorer Dr. Rubens Dzh.Villela, as well as watch officer and helmsman icebreaker, who took part in naval exercises, code-named «Deep Freeze» in the northern Atlantic. In the evening Dr. Villela was on the deck. Suddenly he saw as «something came out of the water cracking the ice three metres wide, and a huge silver bullet disappeared in the sky. Huge blocks of ice, raised in the air tens of meters high, with the cannon roar they hit back on the hummocks, and the water formed in huge bubbles. From it rose a steam. This seems to indicate a giant energy potential that just happened to be released.

In 70'ies American military conducted underwater communications tests. There was a vessel in Atlantic Ocean that emitted signals from the coast. Suddenly they began to receive similar signals, but slightly modified. The analysis revealed: it is not an echo, not a repetition of the primary signal. They located the source. It was at a depth of 8 kilometers. According to American scientists, it looked as if someone had a signal, then they modified it, and passed it back on the same frequency as if to attract attention.

Initially deciphering of the signal failed. Recent repeated attempts on it were done by using powerful computers at Pentagon. The results are not reported. But Americans have increased activity since then in the area signals were «reflected».

In the early 90-ies of the last century, during the test of the sea bed of Bermuda triangle there were two gigantic pyramids found at a depth of 600 meters. The size of which exceeded the size of the Egyptian pyramids. This was back in 1991. It was reported by the oceanographer and a head of the expedition Dr. Kvedvar Mendlik. In his opinion, the pyramids were built only 50 years ago. Technology is unclear. The material is like a very thick glass.

In 1997, the Belingsgauzen depression near antarctic area was examined by Australian military. At a depth of 6 kilometers camera captured oval shaped objects, emitting intense inner light. The film was examined by scholars of Royal Institute of Oceanology. The conclusion was unequivocal: these structures can only be of artificial origin.

These facts lead to the conclusion that the depth of the ocean is as mysterious as cosmos. The problem is - humankind is rushing upwards with great interest and not too intense downwards. Maybe this is a big mistake.

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