martedì 3 febbraio 2015

Lavoro e controllo: l'azienda che impianta microchip ai dipendenti

Un terreno delicato su cui si sono già espressi in più occasioni i tribunali di primo grado




di QuiFinanza
 
 Se è ormai prassi che, prima di assumere nuovi collaboratori, le aziende cerchino informazioni di quanti si presentano ai colloqui di lavoro sui rispettivi profili social, è altrettanto vero – e anche lecito – che tale attività di “spionaggio” continui ad avvenire anche nel corso del rapporto di lavoro. E in Svezia c'è persino chi mette un chip sottopelle ai propri dipendenti. Ma fino a che punto e in che misura è consentito? Vediamolo nel dettaglio secondo le ultime pronunciazioni della giurisprudenza italiana.
 
 
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MICROCHIP SOTTOPELLE

Se in Italia la presenza della voce "Controllo a distanza" nel Jobs act varato dal governo è stato sufficiente a riaprire il dibattito sui diritti dei lavoratori, c'è chi si è già spinto decisamente più avanti. Succede all'Epicenter di Stoccolma, un grande complesso di uffici che lavora nel settore high tech. Nell'azienda in questione i dipendenti entrano in ufficio grazie a un microchip impiantato sottopelle, fra pollice e indice. Un trasmettitore per l'identificazione a radiofrequenza (RFID) grande come un chicco di riso che permette ai dipendenti stessi ogni tipo di azione di carattere "logistico".
L'impianto permette di aprire le porte d'ingresso, quelle degli uffici, i varchi di sicurezza, l'ascensore e la fotocopiatrice aziendale. Ma le possibilità di utilizzo non finiscono qui: il chip può sbloccare ogni tipo di dispositivo, dal computer allo smartphone fino alla bici. E presto sarà possibile pagare pure il panino o il caffè al bar. Tuttavia l'idea non sembra sollevare reazioni univoche: se molti hanno accettato ed accetteranno l'impianto, molti altri si sono dimostrati fermamente contrari. "Non ho alcuna intenzione di accettare" - ha detto un giovane dipendente al giornalista della Bbc Rory Cellar-Jones, che ha curato l'inchiesta. Questi strumenti, leggibili a distanza con la tecnica delle radiofrequenze, sono infatti da tempo oggetto di una serie di angosce (riguardo la privacy e la sorveglianza onnipresente).

 

OCCHIO A FACEBOOK

Il datore di lavoro può utilizzare i dati dei dipendenti reperiti sul profilo Facebook, LinkedIn e sugli altri social network anche grazie agli "amici in comune", senza quindi inviare la richiesta di contatto diretta. Lo ha detto sia il Garante della Privacy in una nota del 26 agosto 2010, sia diverse sentenze dei tribunali di primo grado.

 

IL PRECEDENTE

Il precedente è ormai consolidato. Per esempio, il tribunale di Milano, con l'ordinanza del 1° agosto scorso, ha ritenuto legittimo licenziare il dipendente che ha postato su Facebook fotografie scattate durante l'orario di lavoro, accompagnate da post offensivi nei confronti dell'azienda.

 

LA GIURISPRUDENZA

Anche se non è previsto sul codice disciplinare, anche se il datore non ha preavvisato il dipendente, l'uso improprio dei social network può dunque legittimare sanzioni disciplinari e licenziamenti. Tutto ciò che l'utente scrive e commenta sul proprio profilo Facebook, anche se ristretto alla propria cerchia di amici, viene ormai considerato utilizzabile in giudizio contro di lui (così nelle cause di separazione o contro il datore di lavoro). A maggior ragione se il lavoratore effettua l'accesso durante l'orario di lavoro. Secondo i giudici, nel momento in cui l'utente pubblica informazioni e foto sul proprio profilo accetta il rischio che possano essere portate a conoscenza di terze persone non rientranti nell'ambito delle sue "amicizie": il che le rende utilizzabili anche in tribunale.

 

LE GEOLOCALIZZAZIONE

Via libera del Garante della Privacy alla geolocalizzazione dei dipendenti da parte delle aziende, purché adottino "adeguate cautele a protezione della loro vita privata". Il Garante ha accolto le istanze di verifica preliminare presentate dalle due società che intendono utilizzare la localizzazione via smartphone dei dipendenti. Lo scopo dichiarato non è tanto quello di controllarli, quanto di "ottimizzare l'impiego delle risorse presenti sul territorio e migliorare la gestione, il coordinamento e la tempestività degli interventi tecnici.
Nel caso trattato dal Garante le società, che si sono impegnate a raggiungere un accordo con le organizzazioni sindacali, dovranno adottare misure che garantiscano che "le informazioni visibili o utilizzabili dalla app siano solo quelle di geolocalizzazione, impedendo l'accesso ad altri dati, quali ad esempio, sms, posta elettronica, traffico telefonico".
Inoltre, sullo schermo dello smartphone dovrà comparire sempre, ben visibile, un'icona che indichi ai dipendenti che la funzione di localizzazione è attiva. I dipendenti dovranno altresì essere ben informati sulle caratteristiche dell'applicazione e sui trattamenti di dati effettuati dalle società. Secondo il Garante il Codice privacy è qui rispettato, in quanto il sistema consente di ottimizzare la gestione degli interventi tecnici, incrementando la velocità di risposta alle richieste dei clienti, soprattutto in caso di emergenze o calamità naturali. 

 

I LIMITI: LE CHAT

Diverso il discorso riguardante le chat private: a differenza dei profili social, infatti, sono equiparate in tutto e per tutto alla corrispondenza, e quindi coperte dall'obbligo di segretezza.

 

I LIMITI: TRATTAMENTO ILLECITO DEI DATI

Commette invece trattamento illecito dei dati personali il datore di lavoro di un ente pubblico che raccoglie su internet dati sensibili, attinenti per esempio alla vita sessuale di un dipendente, per licenziarlo. Infatti i dati personali possono essere utilizzati solo in giudizio per tutelare un diritto. Oltre a ciò, ovviamente, si aggiunge la nullità del licenziamento per motivo discriminatorio.

 

IL SOCIAL RECRUITING

Passando dai rischi alle opportunità, il Gruppo Adecco ha pubblicato la quarta edizione della ricerca Il lavoro ai tempi del #SocialRecruiting, condotta per la prima volta a livello mondiale. I risultati emersi dalla ricerca evidenziano che i social media sono, e saranno sempre di più, il nuovo mercato del lavoro, ma gli effetti di questa rivoluzione non sono ancora del tutto chiari sia per chi cerca sia per chi offre lavoro. La ricerca ha coinvolto 1.500 recruiter provenienti da 24 paesi e oltre 17.000 persone in cerca di lavoro. Secondo i risultati, nel 2013 più della metà delle attività di selezione è avvenuta su Internet (53%) e nel 2014 si prevede che il trend continui a crescere fino 61%.
In Italia la ricerca è stata condotta su 7.597 candidati e 269 selezionatori. Il 67% dei candidati intervistati ha confermato di usare i social network per cercare lavoro (erano il 53% nel 2013). Linkedin è il canale più utilizzato con il 41%, seguito da Facebook con il 23%. Sempre nell'ultimo anno, il 56% degli intervistati ha diffuso il proprio CV attraverso i social media e il 7% ha trovato lavoro grazie ai social (erano rispettivamente il 30% e il 2% nel 2013). Contrariamente alle aspettative, la selezione sui social media non è più una prerogativa di candidati altamente qualificati; infatti, la maggior parte dei profili ricercati sono quelli non manageriali. Tra i settori più social emergono le vendite (che seleziona sul web il 54,2% dei profili), l'amministrazione e finanza (45,8%) e il marketing (40,8%). 

 

Fonte 

 

Commento di Oliviero Mannucci: Quando qualche anno fa pubblicai qui su questo blog un piccolo dossier sui microchip sottocutanei, mi arrivarono diverse e- mail che si dividevano tra chi mi ringraziava per aver fatto da cassa di diffusione all'argomento e alcuni cretini  che negavano a spron battuto il problema. Bè questo articolo uscito su "QUI FINANZA" recentemente mette bene in evidenza che il problema è ben reale e concreto e non una semplice favola di qualche complottista a tempo perso. Del resto, e qui mi rivolgo ai negazionisti puri e duri, quando pubblicai il mio dossier ero tornato da poco dagli USA, dove avevo visto diversi spot tv che invitavano la gente a microchippare se stessi o i propri figli per ragioni di sicurezza, recitava lo spot. Ma del resto fino a poco tempo fa esisteva ancora in Inghilterra la famosa associazione della Terra Piatta, un associazione di trenta scellerati, che negavano la sfericità del nostro pianeta a spada tratta. Come diceva quel proverbio....ah, si! La mamma dei cretini è sempre in cinta.  

 

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