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mercoledì 28 marzo 2012

Il caso “Merlo Rosso” e una tesi provocatoria

L’amico Vittorio Cotronei, autore del post-romanzato sulla vicenda di Monteverdi Marittimo, mi ha passato un altro suo contributo, sempre con la formula della narrazione tesa a rielaborare i fatti. Non è strettamente a tema Ufo, ma indirettamente la materia aliena è toccata. Si parla comunque di Luna, delle missioni spaziali degli Usa e delle tesi controverse che non sono mancate in questo capitolo della storia dell’uomo (basti pensare alla questione, ampiamente dibattuta pure da noi, delle presunte ghost missions Apollo 19 e Apollo 20). Questo testo, che in qualche modo mi ricorda uno degli aspetti di un film recentemente uscito, Apollo 18, si conclude in maniera originale. Se il caso di Monteverdi ha avuto successo, data la quantità degli interventi, credo che capiterà altrettanto con questo post.

Il video che vedete qui http://youtu.be/x4I_llzXUs4 è stato mandato in onda dalla televisione spagnola nel programma di JJ Benitez, famoso e controverso giornalista investigativo. Il video presenta diverse incongruenze, Benitez si è difeso affermando che è un rifacimento dell’originale girato dalla Nasa durante la missione Apollo 11, grazie all’aiuto di una “talpa” a suo tempo incaricata di analizzare il filmato, chiamata in codice “Merlo Rosso”. Ho scritto un racconto ispirandomi a questa storia, prevedendo un mio particolare, possibile, finale.

“… Ci troviamo nel nord del Cratere Orientale, nel mare della Tranquillità, a centoventi metri circa dal modulo lunare. Neil mi sta aspettando all’entrata di quello che sembra essere un hangar abbandonato, ormai i riflettori si sono spenti e noi possiamo portare a termine la nostra missione, così come ci è stato ordinato. Tutto è stato pianificato minuziosamente: queste misteriose rovine, come altre, sono state fotografate dalle precedenti missioni Apollo. Di questa in particolare, il Surveyor 5 ha inviato sul nostro pianeta 19000 fotografie che non lasciano adito a dubbi e noi, contrariamente a quanto si pensi, siamo qua proprio per questo. Entriamo. Riprendo Neil che cammina in quello che potrebbe essere un edificio abbandonato come ce ne sono tanti… sulla terra. È diroccato, fatiscente; calcolando che sulla Luna praticamente non c’è atmosfera, per deteriorarsi in quel modo potrebbero essere passati più di quattromila anni. Neil cerca di estrarre del materiale dalle pareti, ad una prima osservazione sembra molto simile a quello che compone la roccia lunare. Una costruzione d’origine artificiale nel bel mezzo del mare della
Tranquillità; potrebbe essere stata una cattedrale, oppure una base militare o… Ma quale civiltà potrebbe averla mai costruita? E poi perché abbandonarla? È così assurdo, inimmaginabile, da essere impietosamente reale.
Vaghiamo tra le varie aree della struttura in cerca di qualcosa, qualsiasi cosa, che ci aiuti a capire; ma capire quassù è un verbo così privo di significato che pronunciandolo sento un lieve senso di disagio.Giungiamo in uno spazio più ampio; approssimativamente ci dovremmo trovare al centro della struttura. Vi sono solo due porte che accedono ad esso e sono perfettamente disposte una di fronte all’altra. Sembra un’ampia sala senza finestre, chiusa da infinite pareti grigiastre; avanziamo all’interno di essa assaliti da una lieve sensazione di claustrofobia e aumentiamo il passo per uscirne quanto prima. Neil si ferma di colpo ed io, ostacolato nei movimenti dalla tuta spaziale, quasi lo investo con un balzo, rischiando di colpirlo con la telecamera. Si china leggermente verso il suolo, lo stesso faccio io: in terra, semicoperta dalla polvere lunare, una targa affiora dal terreno. Trasaliamo. Neil la ripulisce attentamente con la paletta di dotazione; pian piano ne esce un disegno con due emisferi che sembrano rappresentare il nostro pianeta, in basso vi è un’iscrizione: sembra un alfabeto molto simile al nostro, anzi, è proprio il nostro, la nostra scrittura, la nostra lingua… «Qui uomini dal pianeta Terra fecero il primo passo sulla Luna. Siamo venuti in pace per tutta l’umanità». Eravamo già stati quassù…”

da “Multiverso” di Vittorio Cotronei

Fonte: http://misterobufo.corriere.it

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