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Friday, September 7, 2012

La Lucania e i vapori radioattivi

-Gianni Lannes-

7 settembre 2012- Chissà chi lo sa?

Calma, non è un gioco televisivo degli anni '70, ma un semplice indovinello balzato alla ribalta dell'attualità, dopo l'incidente di ieri alla centrale nucleare di Fessenheim in Francia. Un obsoleto impianto atomico gestito dalla società Edf , ovvero il maggiore produttore mondiale di energia nucleare, con sede in Europa. Singolare combinazione: la multinazionale Electricité de France, possiede e gestisce da un decennio a San Nicola di Melfi (in provincia di Potenza), un mastodontico inceneritore di rifiuti industriali ad appena 3 chilometri dalla città diLavello e a poca distanza dai mirabili vigneti di Venosa. La fabbrica di veleni è stata acquistata dalla Fiat al termine dell'anno 2001. L'azienda Agnelli l'aveva realizzata contro la volontà popolare (manifestata in un referendum), sfruttando finanziamenti pubblici ed agevolazioni fiscali. L'inceneritore era entrato in funzione nel settembre del 1999. Fenice brucia a cielo aperto – secondo le stime ufficiali – ben «66 mila tonnellate l’anno di scorie»: 40 mila provenienti dalle regioni settentrionali d’Italia, ma anche dall’estero (Francia e Germania), previo scalo a Orbassano in Piemonte, transito in Emilia Romagna, attraversamento della dorsale adriatica e sosta prolungata per settimane e, a volte, addirittura mesi, nella stazione ferroviaria di Foggia. Perfino i rifiuti sanitari (tossici e radioattivi) sono stati bruciati in questo impianto fuorilegge con la compiacenza dell'ente provincia di Potenza. Sarà una semplice coincidenza. Il 3 agosto 2009, l'Edf ha realizzato una jointe-venture con l'Enel nel settore del nucleare civile. La società a responsabilità limitata, denominata Sviluppo Nucleare, ha realizzato alcuni studi di fattibilità per la costruzione in Italia di almeno 4 centrali atomiche, sfruttando la tecnologia di terza generazione, cosiddetta “avanzata”, detta altrimenti EPR. Ovviamente, in barba a ben due referendum popolari che hanno espresso democraticamente il rifiuto italiano per l'atomo. Allora, corre l'obbligo di porre alcune domande a chi attualmente comanda lo Stivale per conto terzi.

Quesiti atomici - Primo ministro Monti, i francesi, per caso, per via della mancanza di seri controlli istituzionali, hanno bruciato in loco anche scorie nucleari? Come mai lo Stato italiano non bonifica il cimitero nucleare, mascherato dal centro di ricerca Enea (gestito dalla Sogin), inaugurato ufficialmente negli anni '60, proprio in Lucania dall'onorevole Emilio Colombo, precisamente alla Trisaia di Rotondella? Per quale ragione di Stato, nonostante alcuni incidenti nucleari in riva al Mar Jonio, documentati perfino dall'autorità giudiziaria e dal processo intentato dal magistratoNicola Maria Pace, ad alcuni dirigenti dell'Enea (con una sentenza di condanna definitiva), l'area non è stata ancora messa in sicurezza? Infine, perché l'Eni e l'Enelhanno fabbricato alla Trisaia combustibile nucleare per anni ed il governo Usa non intende riprendersi le barre del reattore nucleare Elk River depositate in loco in uno stato di insicurezza conclamata ed arcinota alle autorità di ogni ordine e grado tricolore? Un fatto è certo: «a proposito di nucleare, alla Procura della Repubblica di Matera sono depositati 21 faldoni coperti da segreto di Stato» argomenta la dottoressa Agnesina Pozzi.

Mulino bianco - A qualche centinaio di metri dal “cancrovalorizzatore” Fenice sorgeil più importante stabilimento della Barilla nel Mezzogiorno che sforna biscotti e merendine. Nei pressi si staglia anche la Sata (Fiat) ed alcune attività ecomafiose. Coltivazioni agricole ed ovini al pascolo completano il quadro paesaggistico della Piana di San Nicola. «Da queste parti – racconta Giulio P., uno studente autoctono – il ricatto del lavoro è fortissimo. I dirigenti della Fiat dicono che se vogliamo tenerci le fabbriche dobbiamo accettare anche l’inquinamento, le malattie, i tumori e la distruzione delle terre. Vuole un esempio? Qui c’era una selva di uliveti plurisecolari, altamente produttivi, che la Fiat ha raso al suolo per insediarsi». L'Arpab sotto la regia del prode Vincenzo Sigillito, poi dimesso, e del coordinatore provincialeBruno Bove, non ha effettuato rilevazioni per anni, salvo in seguito accertare, ma solo dopo la mobilitazione popolare, che le falde idriche sono fortemente inquinate da un miscuglio di metalli pesanti. Cos'altro è stato scaricato nel fiume Ofanto? «I residui della combustione ammontano a 27 mila tonnellate annue» recitano i dati ufficiali ampiamente sottostimati. Si tratta di materia solida e letale che finisce nel sottosuolo della Basilicata – inquinando le falde, come ha denunciato l’OLA - e nel fiume Ofanto che si getta nel mare Adriatico. Non è tutto. L’altoforno industriale sputa nell’atmosfera di una delle zone di maggior pregio agricolo del Sud – dove lavorano centinaia di aziende agricole, zootecniche, turistiche e delle acque minerali (Rionero in Vulture) – milioni di metri cubi di fumi fortemente nocivi. «Emissioni oltre i limiti normativi di polveri di metalli pesanti, ossidi di azoto e diossine». Nella scarsa documentazione resa pubblica queste sostanze segnalano gli indici più preoccupanti: esalazioni nella misura di «un nanogrammo a metro cubo di rifiuti bruciati», mentre la normativa europea si attesta su un limite di dieci volte inferiore, ovvero 0,1 nanogrammi a metro cubo. La potenzialità cancerogena e mutagenadi tali veleni è nota a livello internazionale da decenni. Il gigante automobilistico italiano prima di passare l'affare ai transalpini aveva gettato acqua sul fuoco: «E’ tutto sotto controllo: la piattaforma di San Nicola risponde ad una logica concordata qualche anno fa col ministro dell’ambiente Ronchi». L'Edf non risponde. Da uno studio elaborato da Luigi Notarnicola, docente del Dipartimento di Scienze geografiche e Merceologiche dell’Università di Bari, emergono dati inquietanti. «Le documentazioni tecniche disponibili non consentono di escludere effetti negativi sulla popolazione di Lavello e nell’intero territorio - attesta il professor Notarnicola – L’insediamento della Sata (Fiat, ndr) e della piattaforma Fenice porta un’immissione nell’atmosfera di oltre 12 milioni di metri cubi all’ora di fumi». E ancora: «Ai danni per la popolazione di Lavello associati all’inquinamento atmosferico vanno aggiunti quelli derivanti all’agricoltura fiorente in tutta la valle, dagli elevatissimi prelevamenti di acqua potabile (12,5 milioni di metri cubi all’anno)».

Incidente - L'interrogazione parlamentare numero 5-05464, a risposta scritta in commissione (5 ottobre 2011) rileva che «… nella notte tra sabato 1 e domenica 2 ottobre 2011, presso l'inceneritore Fenice hanno preso fuoco alcuni contenitori di solventi chimici che contenevano rifiuti speciali provenienti dalla Sata; sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco ed il gruppo di intervento NBCR, la speciale squadra specializzata in incidenti che coinvolgono sostanze chimiche, biologiche e radiologiche. Secondo i primi accertamenti le cause sembrerebbero accidentali, attribuibili forse ad un processo di autocombustione; sia le centraline della stessa società esercente l'inceneritore, Edf Fenice, che quelle dell'Arpab avrebbero fornito, a detta dei tecnici regionali, dati rassicuranti sulla qualità dell'aria; tuttavia questo è il quarto processo di combustione e si temono danni strutturali all'impianto che già in passato avevano causato inquinamento della falda acquifera dell'appennino lucano, impianto che risulta privo di ogni sistema di sicurezza idoneo a contenere le perdite».

Ecomafie di Stati - Una nota dell’assessorato regionale all’Ambiente rivela: «Nell’autorizzazione a Fenice avevamo imposto il divieto di importazione di rifiuti da fuori regione». Ma i controlli scarseggiano. A fronteggiare casa Agnelli sono due gruppi combattivi e organizzati: il Comitato dei cittadini di Lavello e l’associazione “Uniti per Melfi”. Poi ci sono altri aggregati nei paesi limitrofi, anche in Puglia. Per esempio a Rocchetta Sant’Antonio e Bovino. R. S., operaio Sata solleva interrogativi: «Perché un termodistruttore a Melfi? Forse perché non si possono più usare i vecchi sistemi di smaltimento ormai noti, e quindi è bene realizzare nuovi mezzi di avvelenamento e ubicarli dove la gente è poca e non ha la forza di contrastare i colossi della grande finanza».

I fatti appaiono inequivocabili: il progetto “Fenice” bloccato a Biella, è passato in Basilicata con una delibera regionale il 2 maggio 1995, approvata da una giunta ormai sciolta (le nuove elezioni si erano svolte una decina di giorni prima) e non ha mai ricevuto la ratifica del consiglio regionale, prevista per legge entro 30 giorni. Il nuovo governo regionale ha impugnato la delibera e presentato ricorso al Tar, che però ha dato ragione alla Fiat. La Regione, comunque, ha nominato tre esperti per valutare l’impatto ambientale, e i tecnici nello stupore generale, hanno espresso un giudizio di fattibilità dell’opera. Trascorrono solo alcuni mesi e due dei tre membri di quella commissione passano ad altri incarichi: uno, l’ingegner Valicanti, entra direttamente nell’orbita Fiat e viene chiamato alla direzione dei lavori, addirittura nel cantiere dell’inceneritore; l’altro, il professor Cuomo, viene indicato come responsabile del monitoraggio ambientale della zona. E’ decisamente improbabile che le tesi rassicuranti dell’azienda automobilistica convincano i lucani. Gli stessi cittadini che il 25 ottobre 1998, con un referendum consultivo avevano detto “no alla Fenice”. Un rifiuto avvalorato dal sequestro giudiziario il 7 luglio 2001 a Melfi di 8 vagoni merci stracolmi di rifiuti industriali e ospedalieri provenienti da Forlì (movimentati dalla ditta Mengozzi), a Foggia di altri 27 carri, 9 a Brindisi e 5 a Falconara in provincia di Ancona. Si trattava di 400 tonnellate di “materiali a rischio infettivo”. «Le scorie contengono rifiuti ospedalieri classificati dalla normativa vigente come pericolosi»segnala il sostituto procuratore Ugo Miraglia del Giudice. Provengono da Forlì, Torino, Genova, Vado Ligure, Treviso, ma anche dall’estero. Destinazione finale: la “Fenice” di Melfi. «Non possiamo controllare tutto» dicono all’unisono i dirigenti di Trenitalia Luigi Irdi e Claudio Cristofani. Gran parte dei documenti di viaggio dei vagoni fantasma indicano luoghi di partenza, itinerari e percorsi alla luce del sole. Dalla Francia, spicca, in particolare, il tragitto Amiens-Modane-Ventimiglia-Orbassano utilizzato dalla Whirlpool Europe e da altre aziende senza apparente identità. «Materiale innocuo, elettrodomestici, indumenti usati» si legge nelle bolle d’accompagnamento. Ma allora per quale ragione negli stessi documenti i tecnici delle FS annotano: «Da maneggiare con estrema cautela»? In un altro documento delle FS, il numero 46, compilato a Napoli il 2 aprile dal capo manovra Mazzone è scritto: «Dalla prima traccia parte carro di rifiuti ospedalieri n. 12033325 diretto Oristano (prestare attenzione è merce fragile)». Il vagone però finisce a Brindisi. Altri vettori da decine e passa di tonnellate cadauno, provengono dalla General Motors di Livorno, dalla Cemat di Padova, dalla Hike Coop di Mantova. Ed è curioso che la Polimeri Europa di Brindisi spedisca alla Piccinini presso l’interporto di Parma, “resine sintetiche in granuli” che finiscono nell’inceneritore di Melfi. Identico copione per la Waste Management di Massa che invia rifiuti non meglio identificati alla Sipsa di Oristano. Perché le Fs raccomandano di “maneggiare con precauzione” i capi d’abbigliamento? I carri contengono realmente oggetti innocui? Il professor Giorgio Nebbia, esperto di fama internazionale (già parlamentare della Repubblica) non ha dubbi: «Nessuno ne conosce la provenienza, l’esatta composizione chimica nonché la pericolosità». E aggiunge: «Pullulano decine di eco-imprese che vendono lo smaltimento in inceneritori, in impianti di compattazione, in discariche: quello che conta è che i rifiuti non si vedano e non puzzino». L’Ocse stima che «Tre quarti dei rifiuti pericolosi europei, circa 30 milioni di tonnellate annue, siano di origine e di composizione sconosciute». I dati ufficiali dell’Unione europea condannano il Belpaese: solo negli ultimi 23 anni sono stati occultati «1 miliardo di tonnellate di rifiuti d’ogni genere». Dove sono finiti? I tentacoli della piovra si sono allungati da nord a sud. L’internazionale dei veleni, infatti, oltre che nei Paesi del Terzo mondo, si è data appuntamento nel Mezzogiorno d’Italia.

Un'indagine del Corpo Forestale dello Stato ha indotto l'autorità giudiziaria ad emettere 10 avvisi di garanzia per dirigenti della società fenice S.p.A., collegata allo stabilimento Fiat di Cassino. La società Fenice SpA, controllata dal grande gruppo energetico francese EDF, è stata accusata di aver classificato “fanghi pericolosi” come rifiuti innocui, in modo da smaltirli illegalmente a basso prezzo. In non meglio specificate discariche finiva così una miscela agghiacciante di schifezze, una bomba ecologica, secondo varie analisi, piena di sostanze tossiche che si sarebbero dovute trattare in modo completamente diverso. L’inchiesta è scaturita dopo l'intercettazione di alcune frasi pronunciate da un imprenditore di Frosinone. Il sistema incriminato è sempre lo stesso, identico a quello che ha permesso lo “smaltimento” a basso costo di multinazionali come Procter & Gamble, Lucchini e Marcegaglia. Gli scarti della produzione più a rischio vengono fatti esaminare da laboratori compiacenti, che assegnano ai rifiuti un codice CER “non pericoloso”.

Conseguenze epidemiologiche - Nel 2009 lo studio “Current Cancer Profiles of the Italian Regions”, realizzato dall'Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l'Istituto Tumori di Milano ed alcuni medici (Silvia Buzzone, Andrea Miceli, Paolo Baili e Roberta De Angelis) indica che in Basilicata l'incidenza delle patologie tumorali aumenta come in nessuna altra parte d'Italia. La dottoressa Gabriella Cauzillo, dirigente dell'ufficio regionale per le politiche di prevenzione ha dichiarato: “L'incidenza dei tumori maligni in Basilicata è in aumento e lo confermo. Inoltre, la velocità di aumento dell'incidenza da noi è superiore”. Un altro medico, Carlo Gaudiano conferma: «Mentre in Italia dal 1990 la curva dei tumori si è appiattita, in Basilicata è cresciuta. Ci ritroviamo dinanzi a tumori tipica,mente provocati dall'ambiente, come il sarcoma epatico e i tumori da amianto». La Lucania è sprovvista di una registro delle malformazioni. Puntualizza l'esperto Gaudiano: «Ogni centomila nati nella nostra regione, undici sono affetti dalla sindrome di down, mentre in Emilia Romagna su centomila ce ne sono circa due».

La fenice era un mitico uccello che, dopo un ciclo vitale di 500 anni, moriva nel fuoco risorgendo poi dalle sue ceneri. Ma se queste ridavano vita al mitico volatile, oggi mettono a repentaglio l’esistenza della popolazione di buona parte di Puglia e Basilicata. L'inquinamento atmosferico, in particolare, non conosce barriere artificiose o limiti amministrativi.

Fenice, dati inquinamento

http://img805.imageshack.us/img805/729/fenicedatiinquinamento.pdf

Fonte: http://www.articolotre.com

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