domenica 24 maggio 2015

La bomba atomica che per poco non scoppiò in North Carolina

L’incidente di Goldsboro del gennaio 1961, quando tutti i sistemi di sicurezza di una bomba H non funzionarono - tranne uno


La mattina del 20 gennaio 1961, un venerdì, John Fitzgerald Kennedy fece tappa alla chiesa cattolica della Santa Trinità di Georgetown e poi raggiunse il presidente uscente, il repubblicano Dwight Eisenhower. Andarono insieme al Campidoglio per la cerimonia di giuramento, l’inizio ufficiale del mandato dell’ex senatore del Massachusetts come trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti.
«Oggi non osserviamo la vittoria di un partito – cominciò – ma la celebrazione della libertà; è simbolicamente una fine, così come un principio; un rinnovamento, così come un cambiamento». A fianco di Dio, citò poi i padri fondatori; ma subito dopo, il nuovo presidente dovette pagare il suo tributo al clima della Guerra fredda.
«Il mondo è molto diverso, oggi. Perché l’uomo tiene nelle sue mani il potere per abolire tutte le forme della povertà umana, e tutte le forme della vita umana». Annunciando che, con la sua elezione, «la torcia era passata a una nuova generazione di americani», volle sottolineare che quella nuova generazione sarebbe stata pronta a difendere, con ogni mezzo, «i diritti umani a cui questa nazione si è sempre dedicata» – e a fianco di essi la potenza americana nel mondo.
«Lasciate che ogni nazione sappia, che ci voglia bene o meno, che pagheremo ogni prezzo, sopporteremo ogni peso, affronteremo ogni difficoltà, sosterremo ogni amico, ci opporremo a ogni nemico per assicurare la sicurezza e il successo della libertà».
Tre giorni più tardi, lunedì 23 gennaio 1961, un bombardiere B-52 dell’Air Force statunitense partì da una base vicino a Goldsboro, in North Carolina, per un turno di airborne alert: il piano di pattugliamenti in volo, da parte di bombardieri che trasportavano testate nucleari, dei confini del blocco occidentale. Il suo piano di volo prevedeva un lungo percorso circolare lungo la costa orientale degli Stati Uniti.
Dopo oltre dieci ore dal decollo, intorno a mezzanotte, l’aereo si avvicinò ad un’aerocisterna per il secondo rifornimento in volo. L’equipaggio dell’aerocisterna notò che dall’ala destra del B-52 usciva carburante. In circa due minuti il bombardiere ne perse decine di migliaia di litri: dalla base a terra dissero al pilota, Walter S. Tulloch, di scaricare nell’oceano il resto e di prepararsi ad un atterraggio di emergenza.
Le cose cominciarono ad andare storte quando non si riuscì a scaricare il carburante dall’ala sinistra. Lo squilibrio nella distribuzione del peso fece perdere al pilota il controllo dell’aereo e, vista l’emergenza, Tulloch diede l’ordine all’equipaggio di abbandonarlo. Quattro persone, oltre a Tulloch, riuscirono a farlo e a sopravvivere; altre tre morirono nello schianto.
Il B-52 trasportava due bombe all’idrogeno del tipo Mark 39, ciascuna con una potenza di 4 megatoni: duecentocinquanta volte quella della bomba che esplose a Hiroshima e più della potenza totale di tutti gli esplosivi – incluse le due bombe nucleari – usati durante la Seconda guerra mondiale. Rispetto a pochi anni prima, la tecnologia si era evoluta e non erano più necessari complessi meccanismi per l’inserimento del nocciolo radioattivo dentro la bomba. Nella Mark 39, il quel materiale era sigillato all’interno della bomba, pronto ad essere utilizzato.
Durante la caduta incontrollata dell’aereo, una delle Mark 39 cadde dal suo alloggiamento. I fili che servivano ad armarla furono strappati via e la bomba si comportò come se fosse stata sganciata su un bersaglio, avviando il complesso meccanismo portava alla detonazione. I generatori di impulso attivarono le batterie termiche a basso voltaggio. I due paracaduti – prima il parafreno e poi quello principale – si aprirono per rallentare la caduta. Gli interruttori barometrici si chiusero e il timer finì la sua corsa, attivando le batterie termiche ad alto voltaggio.


 L’incidente di Goldsboro




































La bomba colpì il suolo in un campo vicino a Faro, North Carolina. I cristalli piezoelettrici sulla punta vennero schiacciati, inviando il segnale di detonazione.
Ma la bomba non esplose. Dopo qualche ora, il personale dell’Air Force la trovò incastrata nel terreno, in posizione perfettamente verticale, con il paracadute incastrato nei rami di un albero. L’altra bomba a bordo del B-52 si schiantò al suolo in caduta libera, distruggendosi senza esplodere.
L’«incidente di Goldsboro» è solo uno della lunga serie di episodi – come quello di Palomares o di Mars Bluff – che coinvolsero le bombe atomiche dell’arsenale statunitense. A poco a poco, la declassificazione dei documenti riservati del Pentagono, e il lavoro di alcuni storici e giornalisti, fa emergere un quadro inquietante fatto di contaminazioni accidentali, sviste grossolane e sfortunate, pericolosissime coincidenze riguardo al programma nucleare statunitense.
L’incidente di Goldsboro è stato ricostruito per la prima volta solo nel 2013, dal libro di Erich Schlosser Command and Control, ed è stato ripreso dalla stampa anglofona alla fine di quell’anno. Nei prossimi anni è molto facile che emergano altri episodi simili, ed è più che plausibile pensare che molti di questi rimarranno a lungo sconosciuti, vista la maggior difficoltà di accesso ai documenti di archivio dell’Unione Sovietica, l’altra superpotenza nucleare del secondo dopoguerra – e dove non è difficile immaginare che episodi simili fossero almeno altrettanto diffusi.
Questo non significa che l’incidente non fosse da tempo conosciuto a un ristretto numero di persone: nel 2010, un video del Sandia National Laboratories – l’ente americano che si occupa della sicurezza dell’arsenale nucleare – ricostruì in un video (ripreso dal Guardian in seguito alle ricerche di Schlosser, nel settembre del 2013) l’incidente di Goldsboro come materiale informativo ad uso dei suoi dipendenti. Rimane una domanda: perché la bomba non esplose? Al momento del lancio accidentale e durante la caduta, tutti i sistemi di sicurezza della Mark 39 per evitare un’esplosione accidentale non avevano funzionato – tranne uno.
Un interruttore nella cabina di pilotaggio del bombardiere, al momento del disastro, era sulla posizione “SAFE”, invece di “GROUND” o “AIR”: per questo la cosiddetta X-Unit, l’unità che gestisce i detonatori della bomba, non era carica e il North Carolina non era stato devastato da un’esplosione nucleare.
Ma i tecnici del programma nucleare che ricostruirono l’incidente nelle settimane successive dovettero presto fare una considerazione molto inquietante. L’unico sistema di sicurezza ad aver fatto il suo lavoro era tutt’altro che affidabile: negli anni precedenti, una trentina di incidenti avevano riguardato proprio l’interruttore con le tre posizioni Safe/Ground/Air che, nonostante fosse installato in tutti i bombardieri del Comando Aereo Strategico, aveva il brutto difetto di operare solo con un breve segnale a basso voltaggio.
Era facile che quel segnale fosse generato in un cortocircuito o in un problema all’impianto elettrico, assai probabile in un B-52 gravemente danneggiato che precipita da migliaia di metri di altezza.
Mesi dopo, nel 1963, il segretario della Difesa americano Robert McNamara disse ad alcuni ufficiali del Pentagono che in North Carolina, «grazie a un margine sottilissimo di probabilità, letteralmente il fatto che due fili non si sono incrociati, abbiamo evitato un’esplosione nucleare». La notizia del disastro sfiorato lo aveva raggiunto al suo quarto giorno in carica, mentre ancora si stava abituando all’idea di essere a capo del sistema militare di una delle due superpotenze mondiali – solo cinque settimane prima, era il presidente della Ford fresco di nomina. Fu un avvertimento di quanto il suo lavoro sarebbe stato difficile.
I diritti umani nel mondo e la potenza americana dovevano essere difesi pagando «ogni prezzo», aveva detto Kennedy al momento di insediarsi. L’incidente di Goldsboro dovette dare l’idea a McNamara di quanto quel prezzo potesse essere alto.

Giovanni Zagni

Fonte



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